T2 TRAINSPOTTING: ritorno al passato
Il tempo passa, anche per i ragazzi di Edimburgo, ormai cresciuti. E se all’eroina si sostituiscono le droghe sintetiche e alla sregolatezza lo sconforto del futuro, la ricetta del successo si perde tra i ricordi
Alessandro Preanò | 27 March 2017

Alla fine è accaduto. L’occhio malinconico di Danny Boyle affoga nella nostalgia nel sequel del film cult che, per molti anni, è stato simbolo di una generazione e non solo. Mark Renton, Sick Boy, Spud e Begbie si ritrovano risucchiati nel vortice della società contemporanea che ha scelto la vita, la famiglia, il lavoro, la carriera, la palestra, la salute e la dieta; una società che si identifica in Facebook, Instagram e Snapchat; una società che non lascia spazio al ricordo e al rimpianto. T2 Trainspotting potrebbe quindi apparire a primo impatto come un’ulteriore critica alle contraddizioni del mondo moderno e alla nullità dell’esistenza umana. La pellicola dichiara, già dalle prime scene, una forte dipendenza dal precedente attraverso varie citazioni e i brani che hanno reso Trainspotting un film generazionale (Lust for Life più di tutti). L’occhio più maturo di Boyle non presenta però un’uniformità narrativa: il cineasta inglese, infatti, varia lo stile all’interno dello stesso film. Questa poca uniformità, in aggiunta all’eccessivo utilizzo di virtuosismi stilistici, desta a tratti smarrimento, nonostante riesca parzialmente a velare i limiti strutturali e di sceneggiatura del film. Il ritorno di Mark a Edimburgo e il progressivo riemergere dei legami e dei ricordi giovanili trasforma il film in una semplice rimpatriata scolastica che si nutre essenzialmente di malinconia e nostalgia per i “bei tempi”. In T2 Trainspotting emerge la mancanza di personalità e di ambizione che ha contraddistinto il primo lavoro. Non vi è prima di tutto la volontà di inoltrarsi nella realtà della trasgressione, nella descrizione del degrado giovanile e delle sue vittime incolpevoli: Boyle “scongela” i personaggi e li reinserisce come delle sagome in una società progredita e moderna senza però sconvolgerli nella loro essenza e creando, dunque, una forte contraddizione di fondo. Il fardello quindi non è più rappresentato dalla dipendenza di eroina o dal dissidio moralistico-esistenziale giovanile, bensì dalla consapevolezza di non avere un posto all’interno della società: Mark è un impiegato in procinto di essere licenziato; Simon (Sick Boy) gestisce un pub con scarso profitto e parallelamente vive di estorsioni e ricatti; Daniel (Spud) cerca di combattere la dipendenza da eroina che gli impedisce di mantenere i rapporti con la compagna e il figlio; Frank (Begbie) si dedica a furti e rapine con il figlio. Il carattere nostalgico è probabilmente il limite maggiore del film. Boyle incede inesorabilmente nella banale retorica malinconica da sequel: il frequente utilizzo di sequenze tratte dal primo film e l’eccessivo citazionismo non permettono a T2 Trainspotting di prendere una propria forma e lo privano di essenza. Il risultato dell’espediente nostalgico è dunque un “velo di Maya” che non consente una riflessione sociale ma un effimero appagamento di fronte al ricordo. Paradossalmente il tema del ricordo, insieme alla regia, rende il film a tratti piacevole perché sintomo del legame affettivo creatosi con Trainspotting, e ci induce a riflettere sull’inesorabile scorrere del tempo, probabilmente il Leitmotiv della pellicola: vi è un forte contrasto tra il culto del passato e della giovinezza, simbolo di ingenuità e sregolatezza, e lo sconforto nei confronti del futuro e della maturità, banalità e frustrazione. 

La sceneggiatura non ha la forza di traghettare il film e di sopperire alla carenza di sostanza e di tematiche sociali. Anzi, cerca di colmare quei buchi che il pubblico aveva riempito di senso e di propria interpretazione. 

Nonostante la grande attesa generatasi con l’annuncio del proseguimento delle vicissitudini di Mark Renton e compagni, la pellicola non è riuscita a ricalcare quella forte critica sociale che aveva caratterizzato il primo capitolo ed è perciò affondata inesorabilmente nella banale retorica del sequel. Boyle non è riuscito a creare un’opera di impatto in grado di dare un giusto seguito al capolavoro che ha ribaltato gli schemi della cinematografia e la cultura di massa moderna. 

Probabilmente T2 Trainspotting è stato una forzatura o un lavoro troppo pretenzioso pure per un maestro dell’ottava arte. 

Cosa rimarrà di questo film? Sicuramente una grande colonna sonora e del grande amaro in bocca.

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