Attualità
Naufragi invisibili: le vittime che non entrano nelle statistiche
Le mareggiate che in questi giorni hanno colpito Sicilia e Calabria hanno portato sulle nostre spiagge i corpi di almeno 15 persone senza vita
Redazione | 18 febbraio 2026
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A riferirlo, la Ong Sea-Watch, che parla di “Quindici persone che hanno tentato di attraversare il Mediterraneo. Quindici vite che si sono concluse ai confini dell'Europa. E queste sono solo quelle che vediamo". Secondo l'Oim, l'Organizzazione internazionale delle migrazioni, sono almeno 547 i migranti morti nel Mediterraneo nel 2026, in meno di due mesi dall'inizio dell'anno. Gran parte di loro nel Mediterraneo centrale. 

Secondo i dati dell’OIM, nel 2026 sono già almeno 547 le persone morte o disperse nel Mediterraneo, in meno di due mesi dall’inizio dell’anno. La maggior parte dei decessi si concentra nel Mediterraneo centrale, la rotta che collega le coste della Libia e della Tunisia con l’Italia. È considerata, da anni, una delle rotte migratorie più pericolose al mondo.

Per capire il fenomeno bisogna distinguere tra arrivi e vittime. Negli ultimi anni il numero delle persone che raggiungono l’Italia via mare è variato molto: nel 2023 gli arrivi sono stati superiori rispetto all’anno precedente, mentre nel 2024 e nel 2025 si sono registrate oscillazioni legate a diversi fattori — accordi con Paesi di transito, condizioni meteo, controlli alle frontiere, instabilità politica in Nord Africa.

Il Mediterraneo centrale resta una rotta particolarmente rischiosa per diversi motivi: le imbarcazioni utilizzate sono spesso barche in legno o gommoni sovraffollati; il tratto di mare è ampio; le operazioni di ricerca e soccorso dipendono da una combinazione di Guardia Costiera italiana, autorità dei Paesi nordafricani e organizzazioni non governative. Le tempistiche di intervento possono fare la differenza.

Un altro elemento importante riguarda i cosiddetti “naufragi invisibili”: l’OIM sottolinea che il numero reale delle vittime potrebbe essere più alto, perché non tutti i casi vengono documentati. In alcuni casi non ci sono superstiti in grado di raccontare cosa sia accaduto.

Chi attraversa il Mediterraneo centrale proviene principalmente da Paesi dell’Africa subsahariana, dal Nord Africa e, in alcuni casi, dal Medio Oriente. Le motivazioni sono diverse: conflitti armati, instabilità politica, crisi economiche profonde, persecuzioni individuali, ma anche la ricerca di opportunità lavorative. Le categorie giuridiche — rifugiato, richiedente asilo, migrante economico — vengono definite solo dopo l’arrivo, durante le procedure amministrative.

Va ricordato che l’accesso regolare all’Europa è limitato per molte nazionalità. I visti per lavoro o studio richiedono requisiti specifici e quote numeriche. Chi non rientra in questi canali spesso non ha alternative legali immediate per raggiungere il territorio europeo e presentare eventualmente domanda di protezione.

Negli ultimi anni l’Unione Europea e l’Italia hanno rafforzato le politiche di controllo delle frontiere e stipulato accordi con Paesi di transito per contenere le partenze. Allo stesso tempo, il diritto internazionale del mare prevede l’obbligo di soccorso per chi si trova in pericolo. Il dibattito pubblico si concentra spesso su come bilanciare queste due dimensioni: controllo dei confini e tutela della vita umana.

I quindici corpi ritrovati sulle spiagge italiane si inseriscono quindi in un quadro più ampio, che non riguarda un singolo episodio ma un fenomeno strutturale. Dal 2014 a oggi, secondo le stime internazionali, il Mediterraneo ha registrato decine di migliaia di morti e dispersi lungo le diverse rotte migratorie.

Per comprendere questo tema è utile evitare sia la riduzione a semplice emergenza, sia la lettura esclusivamente emotiva. I dati mostrano che le migrazioni via mare sono influenzate da fattori geopolitici, economici e normativi. Le condizioni nei Paesi di partenza, le politiche dei Paesi di arrivo e la presenza o meno di canali legali incidono direttamente sul numero delle partenze e sul livello di rischio.

Le mareggiate hanno riportato alla luce una tragedia che rientra in un quadro noto da anni. Capire quel quadro è il primo passo per affrontarlo in modo informato, senza semplificazioni.

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