Interviste
La storia di Maria Chindamo. Atrocità e ribellione
La giornalista Angela Corica ci parla di una delle storie più simboliche della criminalità organizzata in Calabria
Flavio Cicerchia | 5 ottobre 2023

Angela Corica è una giornalista freelance impegnata nel racconto della mafia nel nostro paese, motivo per cui è finita nel mirino della criminalità organizzata che ha sferrato cinque colpi di pistola contro la sua automobile. Allora era corrispondente del giornale locale da Cinquefrondi, un piccolo comune calabrese e da allora non ha mai smesso di fare luce su queste tematiche con coraggio, umiltà e sensibilità.

 

Com’è cambiata la mafia negli ultimi anni?

Le cose sono migliorate nel corso degli anni. Di fronte a un’aggressione del territorio da parte delle mafie, c’è stata una reazione dei cittadini ed è nato un fermento intorno a certi fenomeni. Più si mostra il vero volto della mafia, più aumenta lo sdegno da parte della società civile che non ci sta più a sottostare a regole imposte ai criminali per tutelare i propri interessi economici.

 

Ha mai ricevuto intimidazioni per il suo lavoro?

Circa 20 anni fa, agli inizi della mia carriera, ho ricevuto molte telefonate intimidatorie e proiettili rivolti alla mia macchina. In generale ho vissuto un clima ostile da parte dei miei coetanei che mi hanno portato a sentirmi sola in quel territorio.

 

Qual è la storia di mafia che l’ha colpita di più e perché?

La storia di Maria Chindamo, originaria del mio stesso territorio. Era un’imprenditrice, donna libera e coraggiosa che ha avuto il coraggio di lasciare il marito, rifarsi una vita e rendersi indipendente nella gestione dei suoi terreni. Qualche anno dopo la separazione, il marito si è suicidato anche a causa del clima creatosi nella sua famiglia di origine dopo la separazione e un anno esatto dopo, Maria è scomparsa. Si è pensato subito a una vendetta da parte della famiglia dell’ex marito ma di recente si è appreso anche che i suoi terreni erano nel mirino della famiglia mafiosa Mancuso, cui lei non si era piegata. Maria è stata stordita, data in pasto ai maiali e tritata con un trattore. Non andava solo uccisa ma anche cancellata.

 

L’omertà ha giocato un ruolo in questa storia?

Le indagini sono tardate molto e le conclusioni sono arrivate con grande ritardo perché nessuno ha parlato. C’erano telecamere puntate sulla casa della donna che guarda caso quel giorno non funzionavano; guarda caso nessuno nella via – molto trafficata – ha visto nulla; gli operai con cui aveva appuntamento sono arrivati in ritardo per una serie di strane combinazioni e non hanno denunciato subito la sua assenza; il vicino del terreno dove è stata ammazzata aveva il trattore acceso e non ha sentito le urla della donna.

 

Ha avuto modo di intervistare qualche familiare della vittima durante le indagini?

Sono più volte andata a trovare la mamma di Maria e sento spesso il fratello Vincenzo, che è un guerriero e fa della memoria di Maria un impegno civile, riuscendo a trasformare il dolore in azioni concrete perché questi fatti non si verifichino più. Ho conosciuto i figli: Federica studia giurisprudenza e sogna di diventare avvocato. Hanno creduto nella giustizia nonostante l’ingiustizia che hanno vissuto e per questo credo si tratti di una storia-simbolo della criminalità organizzata in Calabria: da una parte l’atrocità, dall’altra una famiglia che non si piega, che denuncia e che si ribella.

 

Quali consigli ti senti di dare ai giovani che sognano di diventare giornalisti e raccontare la mafia?

Servono onestà, semplicità e umiltà. Non c’è bisogno di tecnicismi o grandi capacità. Questo mestiere si impara sul campo ma bisogna approcciarsi alle storie con semplicità e umiltà e raccontarle in modo onesto. Bisogna entrare nelle situazioni in punta di piedi. Saper ascoltare è il primo passo per poter raccontare.

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