Interviste
«Ridere fa bene, ma far ridere è tutta un’altra storia». Aurora Leone ai microfoni di Jolly Roger
La comica e attrice dei The Jackal racconta teatro, televisione, sogni e diversità ai microfoni del laboratorio radiofonico senza barriere del III Municipio di Roma
Redazione | 28 gennaio 2026
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«Per fare questo lavoro dobbiamo essere tutti un po’ matti». Bastano poche parole di Aurora Leone per capire il tono dell’incontro con i giovani speaker di Jolly Roger. Un’intervista diretta, spontanea, senza filtri, in cui la comicità diventa il punto di partenza per parlare di fatica, contatto umano, sogni e di quella sensazione di sentirsi diversi che, a volte, cambia il corso delle cose.

Aurora Leone è attrice, comica e autrice, volto noto dei The Jackal e protagonista di progetti che spaziano dal teatro alla televisione. Ospite telefonica del laboratorio radiofonico senza barriere del III Municipio di Roma, ha accettato di rispondere alle domande "scomode" dei giovani reporter di Jolly Roger con ironia e sincerità, raccontando i suoi primi passi, i sogni nel cassetto e i suoi progetti futuri.

Ti piace lavorare di più al cinema o a teatro?
È una domanda più difficile rispondere perché sono due cose molto belle. Diciamo che la cosa che mi piace di più del teatro è sicuramente avere le persone lì davanti che posso vedere, che posso sentire, che posso abbracciare alla fine dello spettacolo, perché credo molto nel contatto umano e credo proprio all’importanza della condivisione. Quindi forse ti rispondo il teatro perché è un momento di grande condivisione.

Com’è stata l’esperienza a Pechino Express?
È stata bellissima, ma diciamo che mi è bastata. Non la rifarei nel senso che sono felice di averla fatta, ma è stata talmente stancante, talmente psicologicamente complessa: stare lontano da casa, abituarsi a nuovi ritmi. Porto in quell’esperienza i ricordi più belli della mia vita, perché ho conosciuto persone e visto posti che altrimenti non avrei mai visto. Ma forse anche i traumi, come quelli intestinali e quelli di variazioni di temperature repentine, che mi hanno portato ad avere un po’ di scompensi.

Perché è bello ridere e perché non bisogna offendersi quando ridono di noi?
Io credo che per fare questo lavoro dobbiamo essere tutti un po’ matti, perché far ridere nasce da quella voglia che si ha di far stare bene qualcun altro. Ma molto spesso fare uno spettacolo comico ti mette in difficoltà, perché stai lì e pensi: se non ridono, come faccio? Magari non si pensa a questa componente quando si pensa a un comico, si pensa che sia un lavoro semplice che si basi sulla spontaneità. In realtà è veramente necessario essere un po’ matti per cimentarsi e provare il rischio di far ridere qualcuno. Quindi diciamo che siamo oltre che matti anche coraggiosi.

Com’è lavorare in un gruppo?
Lavorare in un gruppo porta sicuramente a sentirsi più sicuri, perché quando si fanno le cose insieme e sai di avere qualcuno accanto su cui poter contare ti senti più sereno. Ovviamente, come in tutti i gruppi, può succedere che qualche volta ci si debba confrontare su qualcosa su cui non si è d’accordo. Ma il segreto dei gruppi è che ognuno abbia la propria idea. Per esempio io il teatro lo faccio da sola, faccio gli spettacoli da sola, ma quella cosa non costituisce una risorsa che se ne va, ma una risorsa che poi viene portata all’interno del gruppo. Quando siamo tutti insieme ci sentiamo sempre più forti.

Qual è il tuo sogno nel cassetto?
Se ti devo parlare del mio sogno da bambina, ti direi Sanremo, perché era il programma che vedevo in famiglia sul divano. Poi c’è il fatto che a me piace tanto la musica, quindi era il programma che univa tutto. Questo sogno resta. Infatti sono felicissima perché recentemente ho avuto la notizia di essere stata presa per fare il DopoFestival con Nicola Savino. Questa cosa per me costituisce un avvicinamento a quel sogno e soprattutto un altro sogno che si realizza, ovvero poter fare questo lavoro che mi piace tanto. So che non è facile, nel senso che se per la Rai sei giovane a quarant’anni, io adesso sono ancora una bambina.

Ti sei mai sentita diversa? Cosa significa per te questa parola?
Io credo che nella vita tutti noi a un certo punto abbiamo avuto una fase in cui ci siamo sentiti diversi. Io al liceo mi ricordo che nel mio gruppo di amiche avevo la sensazione di non sentirmi abbastanza. Le vedevo più grandi, più pronte, più fighe. Però quel non sentirsi abbastanza è stato il motore per voler avere una voce. È stata quella cosa che mi ha portato a voler scrivere e fare uno spettacolo. Molto spesso mi sento di dire che da situazioni in cui ci sentiamo diversi nasce poi quella che è la nostra unicità.

Quali sono i tuoi progetti futuri?
Il primo ve l’ho spoilerato ed è il DopoFestival. Poi faremo quest’anno, noi The Jackal, un programma su Rai 2 con dei bambini. È stato molto bello avere a che fare con loro e ci ha divertito molto. Per il resto spero che nei progetti ci sia anche quello di conoscerci e di vederci presto di persona.

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