Interviste
“SpettAttori”: tre domande ad Aldo Macchi
Chiara Colasanti | 29 novembre 2014
Aldo Macchi, di Varese, tramite Youprint ha prodotto la versione cartacea ed ebook del suo romanzo “SpettAttori”, puntando su una scommessa che speriamo vinca e lo porti lontano.
Leggendo il libro in anteprima sono rimasta colpita dall'intreccio che, strizzando l'occhio all'antologia di Spoon River, protagonista indiscussa insieme alla musica del quinto album in studio di De André (“Non al denaro, non all'amore né al cielo”, ispirato proprio all'opera di Edgar Lee Masters), riesce a trasportare fisicamente in quel locale di Varese da cui è nato tutto, ma apre infinite possibilità di viaggi mentali che non deluderanno sicuramente chi vorrà intraprenderne la lettura.
Una curiosità: l'evento narrato nel libro prende spunto da una serata successa davvero, a cui l'autore ha preso parte e che lo ha spinto a raccontarlo in questo libro. Abbiamo fatto tre domande ad Aldo per cercare di conoscerlo meglio.

Come è nata la passione per la scrittura?
Mi è sempre piaciuto raccontare, parlare, inventare. Da piccolo ho avuto un'evoluzione tra i sogni relativi al “cosa farò da grande”. Dal voler fare il lava macchine per l'attrazione alle pistole d'acqua, al voler fare il muratore. Poi di colpo è cambiato tutto da muratore sono passato al sogno di diventare scrittore. Col tempo ha preso il sopravvento la sfumatura del giornalismo, ma il sogno di un romanzo scritto da me è rimasto lì nel cassetto e ora ha preso vita. La scrittura è proprio una passione, tutto ciò che faccio è dettato dalla passione: sono sempre stato più un inguaribile romantico che una persona pratica e rigorosa. Avrei lavato le macchine facendo forme strane con la schiuma e costruito case in modo alternativo, per cui tutto sommato è stato meglio che la mia strada mi abbia portato a scrivere: qui posso permettermi di creare e lasciarmi dare a frasi fantasiose senza che nessuno si faccia male.

Come ti descriveresti come scrittore?
Mi piace scrivere tutto di getto. Considero l'ispirazione una componente fondamentale per comporre testi. Ho un grande difetto, che però è una parte assai significativa del mio essere scrittore: faccio una gran fatica a rileggermi. Credo sia per quella vena passionale di cui ti parlavo prima. Rileggere è per me analizzare in modo pratico e rigoroso ciò che la passione mi ha fatto scrivere. Poi però la razionalità deve prendere il sopravvento se voglio che sia leggibile e soprattutto capibile quel che voglio comunicare. Il passo successivo è quello di farsi leggere. Questo è un aspetto che divide gli autori: penso di far parte di quegli scrittori che ancora faticano a farsi chiamare tali e si affacciano al mondo dei lettori con timore e curiosità reverenziale. Ho la consapevolezza di ciò che ho scritto, ma non quella di come può venir letto ciò che ho messo nero su bianco. La cosa mi affascina ma allo stesso tempo mi spaventa un po'. Insomma è come per una relazione, ti butti e ti giochi le tue carte, nella speranza di non farsi troppo male: ma una cosa è certa: ne vale la pena.

Cosa vorresti poter dire a De Andrè, se potessi parlare con lui per presentargli il libro che ti ha in qualche modo ispirato?
Questa è una domanda che mi fa galoppare parecchio con gli unicorni. Per prima cosa lo ringrazierei per tutto ciò che con la sua musica ha fatto per me. Poi gli chiederei un parere sul mio accostamento dei personaggi alle sue canzoni e come ultima cosa sentirlo leggere un capitolo, quello relativo alla sua traccia preferita di quell'album, anche solo io e lui. Poi credo sverrei e quindi non potrei chiedergli niente di più.
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