Come sono cambiate le città, Milano rivoluziona lavoro e servizi
L'assessora al lavoro e al commercio ragiona sul futuro economico-lavorativo della città: "ripensare i tempi e i luoghi del lavoro"
Alex Lung | 11 March 2021

La Lombardia è stata la prima zona del nostro paese a conoscere la pandemia, e tutt'oggi è una delle realtà più massicciamente colpite. Varie critiche sono state mosse all'amministrazione regionale, in particolare per l'organizzazione della risposta sanitaria e per le misure volte a contrastare la diffusione del virus, che si sono spesso rivelate insufficienti. 

Milano è la seconda città italiana per popolazione e importante centro dell'economia nazionale ed europea. A un anno dal lockdown e dalle relative misure messe in atto, la città si ritrova profondamente mutata - a livello sociale, lavorativo, ed economico - ma pronta a ripartire e a rivoluzionare se stessa nell'ottica di un nuovo inizio. È evidente che la pandemia lascerà il segno; ciò che Milano vuole evitare è che le conseguenze siano esclusivamente negative. 

Un centro più vuoto

Milano non ha solo 1,3 milioni di abitanti, ma si trova anche al centro di un hinterland che conta una popolazione di 3,2 milioni. Buona parte di essa lavora nella città pur risiedendo altrove, aumentando notevolmente la mole di persone che ogni giorno popola la metropoli. "Il primo lockdown di un anno fa ha portato allo svuotamento del centro e, soprattutto con lo smartworking, a un ridimensionamento dei flussi di quei cittadini che giungono qui dalle altre parti di Milano" spiega in esclusiva a Zainet l'assessora comunale alle politiche del lavoro, attività produttive e commercio Cristina Tajani. La zona ne esce quindi ridimensionata a livello sociale e finanziario, essendo il fulcro economico della città.

"Non solo", precisa Tajani, "è anche la sede del terziario". L'impossibilità di spostarsi normalmente ha comportato per i milanesi dei disagi dal punto di vista dei servizi di cui l'amministrazione è consapevole. "Stiamo pensando a una città impostata nei cosiddetti quindici minuti, ovvero dare la possibilità al cittadino di vivere e fruire dei servizi in un tempo limitato dal proprio domicilio". 

La moda che si ri-inventa

Secondo il Corriere della Sera, in base a fonti Fipe, Federalberghi e Federmoda, la perdita stimata di fatturato a Milano supera i 10 miliardi nel periodo tra febbraio 2020 e febbraio 2021. Una buona percentuale di ciò è dovuta a quella che è la grande assente del 2020 milanese: la moda. "In realtà ci sono mercati esteri rimasti attivi", precisa l'assessora, "quello che è mancato in città è tutto l'indotto, in termini di prenotazioni alberghiere, di ristoranti e di turismo che le settimane della moda portano". 

Cristina Tajani ci tiene a sottolineare quanto sia approssimativo considerare le sfilate come soli eventi mondani: "la passerella è il momento clou del lavoro di operatori che si impegnano tutto l'anno, e quindi di un'importante filiera produttiva per Milano. È per questa ragione che noi speriamo possano tornare presto". Tuttavia, la moda non è scomparsa lo scorso anno: nuovi linguaggi espressivi sono stati adottati per mostrare ciò che non poteva essere sfoggiato sulla passerella. "Le maison hanno deciso di presentare i loro lavori ad esempio con dei corti cinematografici o con la realtà aumentata; si tratta di presentazioni innovative dal punto di vista tecnologico che potranno essere complementari a quelle tradizionali", considera l'assessora. 

Puntare sullo smartworking

L'amministrazione milanese è impegnata da diversi anni nella digitalizzazione dei servizi e del lavoro, che ha segnato un'importante svolta lo scorso anno con l'avvio dello smartworking. "Con un'indagine interna abbiamo dimostrato che con questo metodo le performance degli impiegati sono migliorate: durante il lockdown tutte le pratiche in sospeso sono state portate a termine" dichiara Tajani. Per questa ragione, Palazzo Marino sta considerando di puntare sistematicamente sullo smartworking con l'apertura di spazi che permettano di lavorare in questo modo anche senza rimanere a casa.

"Con la pandemia è evidente la necessità di ripensare i tempi e i luoghi del lavoro: puntiamo a non valutare più il dipendente unicamente in base alla quantità dell'operato, ma tenendo in considerazione la qualità" illustra l'assessora.

La necessità di ripartire

Cristina Tajani prende posizione sulle misure varate dal governo per rispondere alla crisi: "ovviamente le decisioni sono sempre state prese in momenti di emergenza, ma le politiche di ristori non possono essere una soluzione definitiva. Bisogna piuttosto ragionare a lungo termine, con delle politiche che sostengano il lavoro, e quindi incentivi per l'innovazione e per la creazione d'impresa sono fondamentali". 

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