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Trump attacca, perché le sue guerre sono impossibili?
Gli Usa e Israele invadono l’Iran, l’Ayatollah muore e con lui l’Occidente crede anche il regime teocratico oppressivo. L’intento è sempre uno: la presunta esportazione della democrazia, del progresso, del futuro o del presente americano nel passato che, invece, sta vivendo il resto del mondo
Asia Vicentino | 30 marzo 2026
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Per l’ennesima volta l’Occidente, autoproclamatosi tale, come spiega Said in Orientalism, impone il suo scorrere del tempo sull’Oriente, l’altro, il diverso, o con qualsiasi altro nome lo si volesse etichettare. Trump, già a fine febbraio, aveva dichiarato i piani dell’attacco: togliere a l’Iran il nucleare e consegnare al popolo iraniano “l’ora della libertà”.

Non ho competenze in ambito geopolitico, ma la linguistica mi insegna quotidianamente quanto anch’essa possa essere un utilissimo strumento per sviscerare le falle del mondo.

 La domanda dunque è: quale futuro? Che tipo di futuro soprattutto?

Le lingue indoeuropee (italiano, inglese, tedesco, spagnolo, francese…) per descrivere un evento sono costrette di volta in volta a scegliere delle forme verbali che necessariamente collocano l’azione in un dato momento storico/temporale. Si dice, in linguistica, che il tempo è una categoria grammaticale del verbo: ovvero che un dato verbo, esprimente un concetto, porta per forza con sé delle informazioni che lo collocano in un’area temporale. Uso il termine area con intento neutrale e il più poliforme possibile, per una ragione specifica.

Una lingua come il cinese mandarino, lingua isolante (per cui ogni parola/ideogramma corrisponde a un solo morfema), nell’esprimere un evento può omettere l’informazione relativa al tempo in cui questo si è verificato, dal momento che il verbo può non portare con sé quel morfema.

In un articolo intitolato “Partitioning the timeline. A cross-linguistic survey of tense”, pubblicato nel 2016, Viveka Velupillai studia un campione di 318 lingue e mostra che quasi il 25% di queste non utilizza la morfologia verbale per indicare il tempo, il cinese mandarino ad esempio. L’espressione temporale in queste lingue è opzionale e quando espressa, è affidata ad avverbi temporali: oggi, domani, ieri. Nel restante 75% delle lingue i verbi portano obbligatoriamente una qualche accezione temporale: l’aspetto rilevante è che non tutte lo esprimono nello stesso modo perché non esiste un solo tempo, o meglio, una sola area, quella occidentale e lineare, per esprimerlo.

Il tempo dell’Europa

Le sorti magnifiche e progressive scrive Giacomo Leopardi ironicamente ne “La Ginestra o Il fiore del deserto” e l’espressione è quanto di più chiaro la sfera europea potesse richiedere per esprimere la sua concezione del tempo: uno sviluppo lineare, progressivo, da sinistra verso destra, dove il passato occupa lo spazio del dietro e il futuro il davanti.

Passato, presente e futuro sono i tre tempi di molte delle lingue del mondo. L’italiano per il futuro, ad esempio, usa la forma sintetica: amerò; l’inglese: will love, la forma analitica con due elementi verbali. Non meno importante è il fatto che in inglese il futuro si costruisca con will, la forma base che esprime la volontà: passiamo così da un voler fare a farò. La forma italiana, invece, da quella latina sempre sintetica, amabo, ha vissuto uno stadio intermedio con amare habeo, ovvero ho da amare, connotando un’azione che è da fare e che quindi occupa una precisa casella temporale nella linea orizzontale che ne delinea lo sviluppo.

La tripartizione temporale, per quanto diffusa, non esaurisce il ventaglio delle possibilità di espressione del tempo a livello globale. L’ittita, la lingua di più antica attestazione della famiglia indoeuropea, ha la forma pai, che può voler dire, in base al contesto, dà o darà. Gli storici dell’indoeuropeo concordano nel considerarla una lingua senza futuro.

Non esiste un solo tempo

Altro aspetto fondamentale relativo al tempo riguarda la natura di quello che è conosciuto in linguistica come “il momento di riferimento”, ovvero l’istante della linea del tempo rispetto al quale collochiamo gli eventi di cui parliamo. “Oggi lavoro da casa”, la collocazione nel tempo dell’evento avviene a partire dal momento in cui le frasi vengono prodotte.

Talvolta abbiamo però sia la necessità di collocare gli eventi nel tempo rispetto al momento in cui parliamo, ma anche rispetto ad altri eventi già introdotti nel discorso. “Quando ho finito di lavorare, Lucia era già uscita”, la frase ci consente di capire che l’evento è avvenuto nel passato, ma anche che lo si può collocare anteriormente rispetto all’evento “ho finito di lavorare”. Il passato italiano è anche motivato da distinzioni semantiche, dovute da considerazioni aspettuali e sociolinguistiche. Ma esistono lingue in cui la distanza tra gli eventi è un elemento che svolge un ruolo tutt’altro che marginale nella struttura del sistema verbale.

Le lingue del gruppo bantu, localizzate in Africa centrale, presentano paradigmi in cui le forme di passato e/o futuro, hanno sfumature ampie per riferirsi a eventi percepiti come più o meno distanti. La lingua yagua, questa parlata in Amazzonia, presenta cinque morfemi che indicano il passato: -jásiy ‘accaduto da poche ore’, -jay ‘accaduto il giorno precedente’, –siy ‘accaduto tra una settimana e un mese fa’, –tíy ‘accaduto tra due mesi e due anni fa e –jada ‘avvenuto in un passato mitico’.  Il riferimento al passato mitico ci fa notare che, nel riferirsi al passato, i sistemi grammaticali non tengono solo conto delle distanze temporali, ma anche della memoria umana. Eventi avvenuti nel passato, sono distinti tra situazioni avvenute nell’arco della vita di un parlante, e altre delle quali il parlante non ha potuto avere esperienza o non sente come proprie.

Ultima, necessaria segnalazione riguarda il fatto che il tempo è discusso, nelle lingue che derivano dall’indoeuropeo, come categoria grammaticale rilevante per l’analisi del verbo, dunque a un evento corrisponde una dimensione temporale, e così una sua espressione tramite un verbo. Sembra ovvio, ma in realtà il tempo è anche una categoria grammaticale relativa al nome: la lingua halkomelem, nativa dell’America Settentrionale, dà la possibilità alle sue e ai suoi parlanti di indicare esplicitamente la collocazione temporale di certe entità, e non di verbi!  Il suffisso –elh indica entità passate, come xelth-elh ‘la mia penna di un tempo’, mentre il suffisso –cha quelle future, es. lálém-cha ‘la mia casa futura’.  

In che direzione scorre il tempo nella lingua che parliamo?

Ora, il concetto di tempo nella cultura persiana, la cultura originaria dell’Iran, è un intreccio complesso tra visione ciclica e lineare, profondamente influenzato dal mazdeismo, in cui il tempo è il campo di battaglia tra il bene e il male. Il tempo è un’esperienza e il suo scorrere orizzontale e circolare dà la percezione dello spazio che occupa. Se il presente e il futuro coincidono, di quale futuro parla l’occidente in farsi? La categoria verbale del futuro esiste, ma non è costruita con le categorie europocentriche del dover fare, dell’avere da fare, dell’avere la volontà di fare.

Tra l’altro l’Illuminismo settecentesco, che ha investito l’Europa geografica e culturale, ha portato con sé una laicizzazione del tempo comune, che realtà come l’Iran non conoscono. Il tempo lineare e storico persiano è ben intrecciato con lo zoroastrismo e l’unica tripartizione di cui si parla è una creazione iniziale, un periodo di lotta e una fine definitiva con la vittoria del bene. Il feticismo occidentale per il futuro, inteso come momento migliore rispetto all’oggi, semplicemente non esiste e la lingua ne è la dimostrazione più scientifica.

Avete mai visto il film Arrival? Per un linguista è un interessantissimo modo di far percepire quanto non sia pur nulla ovvio il modo in cui esprimiamo il tempo, gli eventi e come li pensiamo. Il senso del tempo che abbiamo è sempre strettamente legato alla lingua. La lingua dell’alieno è un idioma circolare, per cui il presente e il futuro sono percepiti simultaneamente. Il tempo è un solo presente continuamente vissuto nella sua totalità, che è la ragione dietro la meditazione, tanto amata dall’“occidente”, ma che non sa cogliere completamente.

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