Musica
Train To Roots: “Il Rototom? La nostra università!”
14 anni di carriera alle spalle: una delle band reggae italiane più amate all’estero si racconta
Chiara Colasanti | 1 ottobre 2018

Come nasce una vostra canzone e come lavorate in studio?

Abbiamo avuto diverse esperienze in questi anni: abbiamo lavorato a distanza noi tre, poi ci siamo affidati a un produttore esterno, mentre con gli ultimi due siamo tornati a produrre cose tra noi. Nella fattispecie, Antonio produce bozze e idee, poi le ascoltiamo e ci rimuginiamo un attimino sopra, vediamo se sul fronte liriche viene fuori qualcosa di convincente come un ritornello o una strofa. E così, piano piano, il brano o si arricchisce o viene spolpato perché ci piace più così. Per il prossimo disco vorremmo provare un approccio nuovo, che non è niente di originale, ma per noi sarebbe la prima volta: ci lanceremo in studio e dal nulla, guardandoci in faccia, con lo strumento tra le mani, inizieremo a buttare giù le idee per un nuovo disco. Poi da lì ovviamente passerà tutto tra le sapienti mani di Antonio e vedremo.

 

Per il prossimo disco c’è in mente qualche contaminazione con artisti provenienti da altri generi, come è successo in Home con Levante, Clementino e Madh? 

Il nome ancora non lo abbiamo, ma qualche ospite ci sarà sicuramente. Nomi di artisti ne stanno girando, ce li stiamo palleggiando e cerchiamo di capire. Ci piace tantissimo suonare con gli altri ed è sempre un onore avere personalità di questo calibro nel proprio disco. 

 

A proposito di nuovo disco: quando dovrebbe uscire?

Ci auguriamo che esca per metà primavera dell’anno prossimo. Aprile sarebbe un buon mese!

 

Il Rototom è un capitolo a parte, specie per un gruppo come il vostro: come vivete questo palco così importante?

Il Rototom è stata la nostra università: ogni anno si va là, si dà un esame, i primi anni ci siamo sempre bocciati  con voti bassissimi, negli ultimi anni invece ci piacciamo anche al Rototom. Ci siamo bocciati, ma con voti più alti, perché lì sei a confronto con il top del genere che facciamo: ti capita di vederli da due/tre metri di distanza, quindi ci ha formato, musicalmente e personalmente. In ogni edizione, ovviamente, è regnata l’ansia.

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