Libri
Salone del libro: la lezione inaugurale di Zadie Smith
La 38° edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino comincia il 14 maggio con la lezione inaugurale in Sala Oro della scrittrice britannica Zadie Smith. Tra la presentazione del suo ultimo saggio e riflessioni sull’attualità, il Salone si apre in nome di un'ode alla difficoltà di essere giovani oggi
Asia Vicentino | 21 maggio 2026
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L’autrice di fama internazionale, Zadie Smith, in occasione dell’uscita della sua nuova raccolta di saggi Vivi e morti (edita Sur), viene invitata a tenere la prima lezione del Salone del Libro di Torino. È giovedì 14 maggio e nella Sala Oro si esplorano tanti temi, ma già il titolo della conferenza è provocatorio: Ogni cosa era estrema. Ed è tuttora così. L’adolescenza è al centro della riflessione, tema universale, ma sempre fatto proprio dalla scrittrice, analizzando le connessioni tra l’identità, la cultura e la razza nel suo stile preciso e brillante. La scrittrice decide di ragionare sulle vie di fuga dei giovani dal mondo d’oggi, che sono sempre più ristrette, ma che lo dica al Salone del libro è già tutto un programma.

Quattro ondate di femminismo, la connettività digitale, un movimento globale per il benessere della persona, l’ordine a essere sempre gentili, il luogo comune per cui il futuro sarà sempre meglio: eppure nulla di tutto ciò ha avuto un impatto sull’infelicità adolescenziale. Così Zadie Smith decide di aprire il suo discorso a Torino. Ora è madre e sua figlia è un’adolescente, e la GenZ è il suo nuovo centro d’attenzione. I multisala di due estati fa, che mettevano le e i giovani davanti alla scelta di Barbie o Oppenheimer, le sono sembrati una giusta sintesi dei tempi: da un lato la perfezione fragile e impossibile, dall’altro l’apocalisse. Smith si apre a tutte e tutti e dice: “non penso mi libererò mai della me adolescente”. E poi inizia a raccontare di un tragico evento. Il 16 aprile del 1993 cade dalla finestra della sua camera da letto facendo un volo di dodici metri, ma c’è un antefatto. Prima della caduta, la giovane Zadie aveva passato un paio di anni in cui scriveva lunghe orazioni da far leggere ad alta voce al suo funerale. Lo scopo? Spiegare a tutti i presenti perché aveva deciso di lasciare questo mondo e chi per la precisione doveva sentirsi in colpa per la sua morte, un po’ a mo’ di Paloma ne "L’eleganza del riccio". Ma mai, neanche per un attimo, ci dice di aver cercato informazioni sul qualunque modalità di morte. Era solo innamorata degli scenari funebri. L’energia adolescenziale era stata incanalata in un odio verso i responsabili del suo sentirsi diversa. Smith ci dice di aver risolto la vita in una serie di dicotomie in cui: io sono profonda/tu sei superficiale, tu sei ricco/io sono povera, io sono intelligente/tu sei povera. A 17 anni ancora ad accusare gli altri di pensieri che in realtà riempivano ogni minuto della sua giornata. L’ossessione per la fortuna e la bellezza degli altri le diventa sgradevole, la sua intelligenza inacidita nel risentimento e nulla di tutto ciò la interessa minimamente. Dietro il salto dalla finestra c’è una plateale dichiarazione d’amore non corrisposto al suo migliore amico, l’odio adolescenziale verso la madre che, immigrata, cresceva tre figli da sola lavorando sodo, ma la compassione nei suoi confronti non l’ha mai distolta dal davanzale in quel giorno di Pasqua. L’autrice ricorda le sue forme, la sua allergia all’attività fisica e anche salire su un davanzale non è stato semplice. Poi deve essere solo scivolata o forse il davanzale roso dalle tarme ha ceduto, non se lo sa ancora spiegare, ma quello che la fa fermare in sala a Torino è la percezione della dilatazione del tempo: “Nel nord-ovest di Londra non sono stati più di tre o quattro secondi. Eppure! Il tempo si è dilatato, o espanso, o qualcosa del genere. Ho scoperto quanto infinito c’è in un secondo. Un’epifania adolescenziale. Ho perfino avuto il tempo di pensare: Questa è un’epifania adolescenziale”. Si descrive calma, la sé adolescente che era paralizzata dalla morte, come lo è tuttora, in quel momento chissà come, prova un senso di calma beata. 17 anni, l’amore per i libri, i film, i dipinti. La scuola, i suoi amici, i suoi fratelli e ora è tutto finito? Alla sé di ora piace pensare che le sue opere siano qualcosa in continuo cambiamento, che vive, che cresce. La sé adolescente si sarebbe detta che nelle sue opere esistono solo due principi: il tempo non è quello che pensiamo che sia e non lo è neanche la nostra volontà. Atterra nel giardino di casa della signora pakistana del piano di sotto, la donna sa poco l’inglese ma chiama subito l’ambulanza, o meglio forse, perché le sembra che ne sia arrivata una quasi all’istante (il tempo non è quello che pensiamo che sia) e viene portata in ospedale. Sarà per l’anestetico, ma ricorda di non essere stata in grado di rispondere alla madre quando le chiede cosa sia successo. A trent’anni di distanza non è ancora in grado di farlo. Era caduta? Si era buttata? Era stata una scelta inconscia? E la domanda al pubblico: Cosa intende la gente quando dice di aver scelto una certa cosa? O che desiderava una certa cosa e con la forza di volontà ha fatto in modo che si realizzasse? Gli scrittori d’altronde costruiscono così le storie: vogliono e desiderano cose in sequenza e le mettono su carta. Ma non tutto è una storia.  E come facciamo a sapere quando si desidera davvero qualcosa? Che cosa è questa volontà? Poi ammalia tutte e tutti e aggiunge: “C’è qualcosa di molto adolescenziale negli scrittori. Continuano a porre domande infantili. E questo è un bene?”. 

Per lei il punto è solo quello di continuare a porre le domande infantili nel mondo calcificato degli adulti, nella speranza di cambiare qualcosa. La caduta si è rivelata un’epifania perché il tragitto dell’ambulanza non è stato da casa all’ospedale, ma dal mondo di astratta rabbia adolescenziale al mondo concreto di un ospedale inglese. Lì, ci racconta di aver scoperto, che il tempo oltre a essere una questione esistenziale, è una quantità materiale che gli esseri umani decidono volontariamente di spendere in favore di altri esseri umani, per salvarli. Ha imparato che esiste davvero la cosiddetta vocazione, e che certe persone la alimentano con la forza di volontà, non solo studiando la medicina e praticandola ma anche mettendosi sedute al capezzale altrui e scherzando coi parenti. Ha scoperto i diversi livelli di volontà che possono esistere su scala nazionale per costruire un sistema di sanità pubblica finanziato con le tasse dei contribuenti – quell’eterogeneo gruppo di partecipanti volontari e involontari – in virtù del quale un gruppo di professionisti sanitari avrebbe passato quasi due anni ad assicurarsi che un’adolescente squattrinata e scontrosa tornasse a camminare. Aveva sempre voluto crearsi un’aurea di mistero e fascino ma l’unico tornaconto è stata una pietà imbarazzata e un silenzio carico di disagio. Nessuno osa chiedere a Smith cosa sia successo. La caduta non le porta nessuna gloria né rispetto, ma le fa passare il vizio di scrivere discorsi funebri. L’infelicità adolescenziale viene presa e trasferita sui libri. Altra domanda al pubblico: oggi cosa farebbe la me adolescente con la sua infelicità? Dove può andarsene oggigiorno una ragazzina del Ventunesimo secolo, se vuole ritirarsi dalla realtà? Aggiunge: “Se vi viene in mente la risposta su internet, direi che avete più di cinquant’anni, o per qualche altro motivo siete ancora in grado di concepire internet come separato dalla “realtà”. Teme dunque che le vie di fuga si siano ristrette. Fra tutte le cose che pensava riguardo al tempo da adolescente, ad esempio, l’unica a cui non dovevo pensare era se ce ne sarebbe stato o no abbastanza, esistenzialmente parlando. Ma ormai la fine stessa del tempo – l’apocalisse – è diventata, per l’adolescente medio, un’idea del tutto familiare e addomesticata. “E a chi sarebbero dirette le mie orazioni funebri? L’ambito della mia potenziale invidia non sarebbe più limitato solo alle persone della mia scuola o del mio quartiere. Ora si estenderebbe a tutte le persone che il telefono mi può far vedere, cioè a tutte le persone del mondo”. L’ode di Zadie Smith alle e ai giovani si chiude con un meraviglioso elogio: “Credo che l’infelicità adolescenziale non sia poi tanto diversa da quella che era un tempo, ma sono convinta che il suo raggio di azione sia molto più vasto e lo spazio dove rifugiarsi stia quasi scomparendo. Ma è ovvio che io lo pensi: ho quarantasette anni. E’ davvero troppo facile, oggi, per gli adulti, piombare in un abisso adolescenziale di disperazione osservando l’attuale esistenza degli adolescenti, però cerco di ricordarmi che nonostante tutte le evidenti trasformazioni, due delle mie forme preferite, intime, di autoterapia continuano a essere a portata di mano: le persone e i libri. Stare con le persone. Leggere libri.

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