Costiera: tre amici al di là di ogni etichetta
Perché rinchiudersi in un genere quando si può spaziare da un sound all’altro a seconda dell’ispirazione del momento?
Francesco Zago | 14 November 2020

Amici da una vita (letteralmente) che sono cresciuti di pari passo con la loro musica. Sempre in movimento tra un brano e un altro, portano una narrazione diversa da quella “classica”, andando a parlare di una vita di provincia molto meno appariscente e scintillante di altre. Questo però non impedisce a chi li ascolta di immedesimarsi nei loro testi e nel loro particolare sound, anzi forse è d’aiuto: i Costiera ci offrono uno spaccato inusuale, una prospettiva musicale-narrativa originale e godibile.

 

Raccontateci il vostro ultimo singolo, Comete.

In Comete abbiamo provato a raccontare delle immagini della nostra adolescenza e di come ora sbiadiscono un po’, lasciando spazio all’insicurezza della nostra età in questi anni un po’ strani. Abbiamo usato la metafora di questi due adolescenti, che assaporano la nostalgia di fine estate, di un ottobre che ti riporta tra i banchi di scuola quando vorresti solo tornare ai falò in spiaggia con la tipa che ti piace. Ci è sembrato il modo più sincero per raccontarci, anche perché, come in tutte le nostre canzoni, abbiamo parlato di emozioni che conosciamo bene, ci sono i luoghi cult della nostra adolescenza, come Cetara e Positano che magari non sono abbastanza glam o fighi o come si dice ora, da citare rispetto a Milano, Roma, Bologna, ma raccontano quello che siamo e da dove veniamo. Così come le corse in motorino e i baci all’ultimo banco.

Il periodo del lockdown, e più in generale questi mesi problematici, sono stati di ispirazione?

Vogliamo essere sinceri, non facciamo parte di quelli che hanno vissuto la quarantena, romanzandola, cioè prendendo il meglio da questa esperienza, in termini artistici, magari lo abbiamo fatto nel nostro privato, magari neanche lì. Ma sicuramente ispirati non è il termine adatto. Siamo stati rallentanti, il lockdown ha creato problemi seri alla nostra produzione e produttività. Avevamo un singolo in uscita a marzo e volendo mantenere l’uscita, abbiamo affrontato problemi seri, dal videoclip saltato a un problema tecnico con il rallentamento del pezzo. Noi siamo in tre e in tre scriviamo e produciamo, farlo a distanza è stato complesso, volendo semplificare. Però finita la quarantena abbiamo sicuramente sperimentato quella fame di cui tutti parlano, di volersi immergere anima e corpo nella scrittura e nella produzione e lo abbiamo fatto.

La dimensione quotidiana dei vostri testi è qualcosa in cui tante persone possono riconoscersi, è qualcosa di cui tenete conto quando scrivete i testi? E a cosa pensate, in genere, nel momento di comporre?

Le cose che scriviamo sono probabilmente le cose su cui ragioniamo meno. Sappiamo che quasi tutti quelli che scrivono dicono di ispirarsi a quello che ci circonda, noi diciamo che lo facciamo in modo molto personale e forse molto determinante poi sul progetto. E non c’è mai una volontà precisa di rappresentare un certo tipo di pubblico o di generazione. Noi parliamo della vita della nostra città di provincia del sud Italia, che non è neanche la provincia interessante e ispirante, ma solo quella dove ci si annoia. Parliamo dei nostri rapporti umani, delle nostre giornate. Probabilmente chi ci ascolta si riconosce non perché trova precisamente la sua storia raccontata nei nostri pezzi, ma perché la totale sincerità con cui li scriviamo genera empatia, anche se ad ascoltarlo è un ragazzo di Monza, di una generazione lontana dalla nostra.

Il vostro primo album, Rincorsa, vi ha fatto conoscere a un buon numero di ascoltatori, specialmente grazie a pezzi come Shangai e Mai Stati in Serie A: com’è nato l’album e con quali aspettative?

L’album è nato per una semplice esigenza artistica, volevamo fare un nuovo disco, stop. Le aspettative praticamente non c’erano, eravamo senza etichetta, senza nessuno che lavorasse con noi, avevamo semplicemente delle bozze e le abbiamo mandate in giro. Dopo un po’ di contatti abbiamo deciso di autofinanziarci e di affidare la produzione artistica ad Andrea Suriani, che l’ha sviluppato con noi. Dopo averlo chiuso poi è passato un periodo lunghissimo in cui non trovavamo una label, ad esempio Shangai, il primo singolo, è uscito un anno e mezzo dopo che era stata registrato. Poi proprio quando avevamo quasi perso le speranze e stavamo per pubblicare il disco in autonomia, abbiamo incontrato FUTURA DISCHI E PeermusicItaly che ci hanno aiutato a ricrederci sulle aspettative.

A marzo un singolo, CANE NERO, ora il nuovissimo Comete: è il segno di un nuovo progetto? Cosa potete dirci in merito?

Al momento stiamo lavorando a tanta musica nuova, perché non ci piace stare fermi, sicuramente pensiamo a un nuovo disco, ma non sappiamo ancora quando sarà o che canzoni ci saranno dentro, semplicemente passiamo tanto tempo in studio e molta della musica a cui stiamo lavorando la potrete ascoltare presto.

L’anno scorso avete pubblicato anche un singolo insieme a CRLN, Fuoripista. È una collaborazione interessante, com’è avvenuta? Ci sono anche altri artisti con cui vi piacerebbe confrontarvi?

Avevamo questo provino di Fuoripista in mano, ma la canzone ci sembrava incompleta, come se mancasse qualcosa, e ragionandoci ci venne l’idea di fare un tentativo con una voce femminile. CRLN è un’amica, abbiamo pensato subito a lei. Siamo andati a un suo concerto e in quella occasione le abbiamo fatto ascoltare un provino del pezzo, le è piaciuto subito, ci siamo presi bene, e così siamo andati a registrarlo. Nuove collaborazioni, sono tanti nomi a cui pensiamo e con cui ci piacerebbe lavorare, i Coma Cose ad esempio, ci stuzzica il mondo degli Psicologi, nella nostra etichetta c’è Cecilia che ci piace molto.

Fortunatamente la distinzione tra generi musicali, anche nel pubblico, inizia a essere meno percepita. Ci si lascia guidare da altro e si esplorano nuovi suoni, vi rispecchiate in un orizzonte del genere? Una prospettiva senza etichette ferree dove poter fare “semplicemente” musica?

Sì, semplicemente musica che ci piace. Forse il fatto che oggi sia possibile ascoltare qualsiasi tipo di musica grazie alla rete e di influenzarsi a vicenda ha reso molto più “mainstream” l’ascolto di pezzi dal sound differente. Per quel che riguarda noi ci lasciamo guidare dal nostro orecchio (e quindi dal gusto) e ogni brano è un caso a sé, quindi non c’è mai un dogma di genere o di sound preciso da seguire.

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