Musica
L’omaggio razzista dei Grammy a Virgil Abloh
Redazione | 7 aprile 2022

“In Memoriam” dei Grammy Awards 2022 della scorsa domenica a Las Vegas, Virgil Abloh è stato descritto semplicemente come uno “Stilista hip-hop”…

Redazione


Quando Virgil Abloh è morto nel novembre del 2021, aveva 41 anni ed era direttore artistico del menswear di Louis Vuitton, oltre ad essere la mente del suo stesso brand, Off-White, un frequente collaboratore di Kanye West, un DJ, e uno stimato membro del mondo della moda. Ma nel segmento “In Memoriam” dei Grammy Awards 2022 della scorsa domenica a Las Vegas, Virgil Abloh è stato descritto semplicemente come uno “Stilista hip-hop”, un’etichetta apparentemente incongrua rispetto a ciò che Abloh ha realizzato nella sua carriera.

Come ha notato un account di un fan su Twitter, “Il tributo a Virgil avrebbe dovuto essere qualcosa sulla falsariga di ‘artista visivo e stilista nominato ai Grammy'”. Inutile dire – riporta The Cut, il quale si chiede anche di preciso cosa sia un “hip hop designer” – che le persone a casa non abbiano reagito troppo gentilmente alla categorizzazione.

Che Abloh abbia avvicinato il mondo dell’alta moda con l’hip hop è ovvio, nota Dazed. Le sue collaborazioni con individui come Kanye West sono ben documentate e spesso invitava i protagonisti del genere a sfilare da Louis Vuitton, ma il suo portfolio era ampio e si espandeva in tutta la cultura in generale.

I Grammy avrebbero voluto onorare la fedeltà di Abloh alla musica, ovviamente, ma etichettarlo come “Hip Hop” è sembrato diminutivo ai più. Gli spettatori hanno giustamente condannato gli organizzatori per la loro descrizione di Abloh. “Virgil Abloh ha letteralmente cambiato l’ambito della moda e dello streetwear. Solo ‘Hip Hop Fashion Designer’ è irrispettoso e razzista”.

Nel 2020, i Grammy avevano deciso di abbandonare la categoria Urban Music dopo il commovente discorso di accettazione di Tyler, The Creator, in cui sosteneva che questa tipologia di terminologia riduttiva riduce l’arte nera. “Fa schifo che ogni volta che noi – e intendo i ragazzi che mi somigliano – facciamo qualcosa che influisca sul genere, lo mettano sempre in una categoria ‘rap’ o ‘urban’. Non mi piace quella parola “urban”. Per me, è solo un modo politicamente corretto per dire la N-word. Perché non possiamo semplicemente essere pop?”

 

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