Musica
Le star della musica classica: quando il genio diventa eterno
Da Franz Liszt a Pëtr Il’ič Čajkovskij, viaggio tra passioni, scandali e capolavori senza tempo per avvicinare anche i più giovani a un genere che non smette di emozionare
G.L. | 14 gennaio 2026
Stampa

Quando si parla di “superstar”, il pensiero corre immediatamente ai grandi nomi del pop o del rock contemporaneo. Eppure, molto prima dei palchi illuminati dai led e delle tournée mondiali, esistevano artisti capaci di scatenare entusiasmi, polemiche e vere e proprie ondate di fan. Oggi abbiamo scelto di parlarvi di alcune superstar… della musica classica. Figure straordinarie che hanno vissuto vite intense, spesso tormentate, e che attraverso la loro arte hanno saputo raccontare emozioni universali. L’obiettivo è semplice: dimostrare che la musica classica non è un linguaggio distante o polveroso, ma un patrimonio vivo, capace di parlare anche alle nuove generazioni con una forza sorprendente.

Franz Liszt e Pëtr Il’ič Čajkovskij non sono soltanto nomi nei libri di storia della musica: sono personalità complesse, rivoluzionarie, capaci di trasformare il virtuosismo in racconto interiore e la tecnica in pura espressione dell’anima. Le loro opere non chiedono di essere comprese con competenze accademiche, ma di essere ascoltate con il cuore. Perché, ieri come oggi, la grande musica nasce sempre dallo stesso bisogno: quello di dare voce a ciò che le parole non riescono a dire.

Franz Liszt

Franz Liszt nasce nel 1811 nell’allora Impero Austriaco, in una famiglia dove la musica è di casa. Il suo talento al pianoforte emerge subito e il padre Adam decide di dedicarsi completamente alla sua formazione. A Vienna studia con Carl Czerny, entrando in contatto diretto con la grande tradizione classica e con il mito di Beethoven, che Liszt venererà per tutta la vita.

A Parigi, però, succede qualcosa di decisivo. Liszt non incontra solo musicisti, ma poeti, scrittori, intellettuali: Victor Hugo, George Sand, Heinrich Heine. È qui che assorbe lo spirito del Romanticismo europeo e capisce che la musica può essere molto più che virtuosismo: può raccontare storie, emozioni, visioni interiori.

Negli anni Trenta e Quaranta diventa una vera star ante litteram. I suoi recital solistici mandano il pubblico in visibilio, al punto che si parla di “Lisztomania”: folle che lo seguono in tutta Europa. Ma dietro il successo, Liszt sente il bisogno di fermarsi, di andare oltre lo spettacolo e cercare una voce artistica più profonda.

Anche la sua vita sentimentale è intensa. L’amore con Marie d’Agoult, da cui nascerà Cosima — futura moglie di Wagner — e poi quello con la principessa Carolyne von Sayn-Wittgenstein, che lo spingerà verso una vita più raccolta, dedicata soprattutto alla composizione. È proprio in questa fase di maturità che nascono i Liebesträume, i “Sogni d’amore”.

Pubblicati nel 1850, i Liebesträume nascono inizialmente come brani vocali su testi poetici, ciascuno dedicato a una diversa idea di amore: spirituale, sensuale, consapevole. Liszt li trasforma poi in notturni per pianoforte, eliminando le parole e affidando tutto al suono. La melodia diventa una voce che parla direttamente all’ascoltatore.

Il più famoso è il Liebestraum n. 3, costruito attorno a un’idea semplice e potentissima: “Ama finché puoi amare”. La musica si apre con una melodia dolce, quasi intima, che sembra un pensiero sussurrato. Poi cresce, si intensifica, diventa più appassionata, come se l’amore attraversasse desiderio, slancio, fragilità. Infine tutto si placa, tornando alla calma iniziale, ma con una consapevolezza nuova, più profonda.

Non è solo un brano romantico nel senso sentimentale del termine: è una riflessione sul tempo che passa, sull’amore che va vissuto prima che sia troppo tardi. Ed è anche lo specchio di Liszt in quel momento della sua vita, ormai lontano dal clamore della celebrità e più vicino a una dimensione introspettiva, quasi meditativa.

Ascoltare Liebestraum n. 3 significa quindi entrare in contatto con una voce che parla di amore, perdita e memoria, usando il pianoforte come un linguaggio universale. È uno di quei brani che non raccontano solo una storia musicale, ma ci ricordano qualcosa di profondamente umano: la bellezza fragile del sentire.

Pëtr Il'ič Čajkovskij

 Se dovessi consigliare un autore da ascoltare ai giovani che solitamente non ascoltano musica classica, sceglierei Čajkovskij: tra i balletti più noti troviamo sicuramente Il lago dei cigni o Lo schiaccianoci, che sotto alla storia che raccontano presentano uno sfondo musicale altrettanto interessante. La sua musica racconta storie ed emozioni rendendola coinvolgente e accessibile anche a chi non è abituato alla musica classica. Ma ora prima di analizzare il brano che a mio parere potrebbe essere fortemente apprezzato anche dai giovani, facciamo una breve introduzione all’autore in questione.

Čajkovskij è ricordato non solo per il suo vasto contributo alla musica, ma anche per il dibattito attorno alla sua vita personale: era, infatti, omosessuale. Non è del tutto chiaro se vivesse questa realtà con orgoglio o ne fosse tormentato; ciò che è certo è che l’indifferenza e la stigmatizzazione della società in cui viveva lo colpirono profondamente, influendo non poco sulla sua arte. Possiamo immaginare quanto dovesse essere difficile affrontare una condizione simile in una Russia ottocentesca, soffocante e conservatrice. 

Tuttavia, non sarà questo l’argomento centrale della nostra riflessione (anche se meriterebbe un approfondimento a parte). E non ci soffermeremo sui suoi capolavori più famosi, come Il lago dei cigni o Lo schiaccianoci. Al contrario, esploreremo il suo unico Concerto per violino, il celebre Concerto in re maggiore op. 35. Scritto durante uno dei suoi periodi creativi più intensi, l’opera fu accolta inizialmente con aspre critiche. Un celebre critico tedesco la definì persino “musica puzzolente”, un giudizio tanto curioso quanto duro. Viene da chiedersi da dove derivasse un simile disprezzo: la musica di Čajkovskij rompeva i canoni classici prediletti dal pubblico russo e germanico dell’epoca, sfidando apertamente le convenzioni con forme espressive nuove e libere da vincoli tradizionali. Questo concerto, inoltre, presenta una difficoltà tecnica estrema, tanto da aver scoraggiato numerosi violinisti contemporanei. Oggi, però, è diventato quasi un pezzo base di un violinista che si rispetti.

Il Concerto si articola in tre movimenti: Allegro moderato, Moderato assai, Canzonetta, Andante e Finale ed Allegro vivacissimo. Inseriamo subito quest’opera nel contesto che ne ha visto la nascita, per meglio comprenderne profondità e significato: il matrimonio di Čajkovskij, contratto sotto pressione familiare per mettere a tacere le voci sulla sua omosessualità, era naufragato miseramente dopo appena due mesi e mezzo. Durante questo periodo turbolento, il compositore lavorò al concerto mosso dai suoi sentimenti per un giovane violinista, Josif Kotek. In modo sorprendente e doloroso, però, Kotek rifiutò di eseguire l’opera. Pensate quanto possa essere straziante creare qualcosa per qualcuno che si ama e scoprire che questa persona si rifiuta di farne parte. 

Nel primo movimento, dopo una breve introduzione orchestrale, il violino solista fa il suo ingresso con una cadenza per poi sviluppare il tema principale. L’atmosfera che si respira è leggera, quasi sognante e frivola. Il violino trascina l’ascoltatore in un canto che richiama l’intensità lirica dell’opera; si viene avvolti da immagini oniriche e aspirazioni irraggiungibili che sembrano così vivide e desiderabili da spingerci a non volerci svegliare mai più. Tuttavia, questo sogno è avvolgente e rischioso: le volute tecniche del violino culminano in una cadenza centrale esplosiva e travolgente, prima di concludersi insieme all’orchestra in un finale spettacolare e dinamico.

Il secondo movimento, la “Canzonetta”, porta un cambiamento netto: il sogno si dissolve lasciando spazio alla riflessione profonda e malinconica. In una dimensione intima e meditativa creata dall’orchestra, il violino solista intona un lamento delicato accompagnato dal flauto. il violino solista si insinua delicatamente in un’atmosfera piuttosto cupa. È come se ci ricordasse che non possiamo raggiungere tutto ciò che abbiamo sognato; una volta compresa questa amara realtà, arriva il momento di tornare con i piedi per terra per affrontare ciò che ci attende. Forse, per Čajkovskij, significava accettare il fatto che non avrebbe mai avuto l’approvazione della società. Oppure, era un invito a imparare a ignorare i giudizi altrui.

Senza interruzione attacca subito il Finale, Allegro vivacissimo. Esso segue la forma circolare del rondò, alternando all'affermazione della prima idea due temi di aggressivo stampo popolare: il primo su robuste quinte dei violoncelli e straripante circolazione fra tutti gli strumenti, il secondo affidato all'acre malinconia dell'oboe. Ma è il solista ora a prendere in mano il gioco da incontrastato protagonista: suo è l'esordio con una cadenza di straordinario virtuosismo, suo lo slancio della danza vitale e travolgente, sua l'appassionata risposta alle girandole più infuocate dell'orchestra. Niente gli viene negato affinché si riconosca: dalle profonde cavate sulla quarta corda alle funamboliche ascese sulle vette dell'ebbrezza non si compie solo un tragitto, si materializza un'anima.

Il violino solista, nelle mani di un vecchio burlone con un sorriso sdentato, occhieggia alle belle ragazze e guadagna la simpatia dei giovani con calorose pacche sulle spalle. Lo strumento si lancia in acrobazie spericolate lungo tutto il suo registro, mantenendo un ritmo che non concede tregua alle coppie danzanti. Questa è la pura vitalità che esplode all’improvviso e si conclude, lasciandoci quasi con un sorriso stampato sul volto.

Commenta questo articolo