Musica e Youtube: a tu per tu con Damien McFly
Chiara Colasanti | 7 November 2015

Venticinque anni, padovano e con una passione smodata per la musica: stiamo parlando di Damiano Ferrari, in arte Damien McFly, che grazie ad un'attenta strategia artistica attuata su Youtube sta riuscendo a girare il mondo grazie al suo talento e alla sua più grande passione.
Le sue cover sono davvero spettacolari (fatevelo dire da una patita di band come Boyce Avenue!): a parte il meraviglioso lavoro di arrangiamento che c'è dietro, non possiamo rimanere indifferenti alla qualità dei video caricati sul suo canale. Lo stile è decisamente innegabile e l'attenzione al dettaglio, oltre che la dedizione alla propria "missione" sono palpabili, oltre che davvero apprezzabili.

Da qualche tempo è disponibile il suo album "Parallel Mirrors", dove scopriamo che "oltre alle cover c'è di più", per parafrasare una canzone di qualche anno fa: i suoi brani inediti sono davvero di impatto e trasportano in una dimensione dove perdersi tra i propri pensieri è decisamente facile.

Ci abbiamo scambiato quattro chiacchiere per conoscere meglio questo giovane artisto meritevole di maggiore attenzione e, sicuramente di maggiore spazio sulla scena italiana.

Cosa ci puoi dire di “Parallel Mirrors” e com'è stato il periodo in studio?
La stesura del disco “Parallel Mirrors” è durata circa due anni, diciamo che all'inizio non ero partita con l'idea di scrivere un disco, ma con l'idea di scrivere dei pezzi e poi vediamo, quindi non c'è un vero e proprio filo conduttore e non si tratta di un concept album. Il disco in sé parla molto del rapporto con se stessi e del rapporto con gli altri, per questo anche il titolo rimanda all'idea di specchiarsi negli altri e trovare parti di sé negli altri. La cosa interessante del disco è il modo in cui è stato registrato: siccome sono anche tecnico audio ho deciso di non registrarlo tutto dentro uno studio, ma ogni canzone è stata registrata in un posto diverso. Ho affittato ville, ho affittato teatri, ho affittato vecchi capannoni e ho sfruttato l'acustica naturale dei vari ambienti, quindi ogni canzone ha una sua storia proprio a partire dal sound! È stato un bel lavoro, per questo ci sono voluti due anni.

Hai una routine creativa o ogni volta le tue canzoni nascono in modo diverso? Come scegli invece le cover?
In genere prima scrivo la musica e poi i testi li scrivo un po' a caso, vado a pescarmi poi le parti che possono essere legate tra loro. Non mi piace decidere di mettermi a scrivere un pezzo su questa storia piuttosto che su un'altra: scrivo delle cose e poi le unisco. Per quel che riguarda le cover andavo a pescare i pezzi di maggior successo che sentivo di poter riarrangiare in una maniera diversa dall'originale, comunque simile ma non uguale: stravolgere i pezzi non ha senso, tanto vale scriverne un altro!

C'è una domanda che nessuno ti ha ancora fatto e a cui tu vorresti rispondere per parlare di qualcosa che ti sta a cuore?
Bella domanda! Magari il pezzo più significativo per me nel disco, che è “Reflection”, perché quando ho deciso che quel pezzo si sarebbe chiamato “Reflection” ho deciso che l'album si sarebbe chiamato “Parallel Mirrors”. In quella canzone si parla proprio del fatto che non servono linguaggi, non servono parole perché a volte basta riconoscersi anche in qualche nota composta e scelta da qualcun altro.

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