La lingua italiana è discriminatoria?
Intervista a Luca Serianni, accademico della Crusca e dei Lincei, Professore Emerito di Storia della lingua italiana all'Università degli Studi di Roma "La Sapienza"
Camilla Di Gennaro | 23 September 2020

Continua la nostra inchiesta sulla comunità LGBT. Questa volta ci siamo concentrati sulla presunta attitudine discriminatoria della lingua italiana, che tende a privilegiare il genere maschile sul femminile: perché usiamo il termine "avvocato" e non "avvocata" o "avvocatessa"? Perché quando ci rivolgiamo a una platea usiamo sempre il maschile? Negli ultimi anni si sta diffondendo sempre più la corrente di chi si ribella a questa tendenza, tanto che sui social troviamo, non di rado, l'espediente dell'asterisco per annullare le differenze di genere.

Abbiamo avuto l'onore di parlare con il Professor Luca Serianni, accademico della Crusca e dei Lincei, Professore Emerito di Storia della lingua italiana all'Università degli Studi di Roma "La Sapienza" per affrontare questa controversa questione linguistica.

Negli ultimi anni si sta affermando sempre di più la convinzione che la lingua italiana sia "sessista". Lei cosa ne pensa?

Credo che il "sessismo" sia imputabile agli esseri umani, di cui le lingue sono un docile strumento. Personalmente, sono favorevole, per esempio, alla declinazione al femminile dei nomi professionali: ingegnera è il normale femminile di ingegnere, alla stregua di coppie consolidate come ragioniere-ragionierainfermiere-infermiera ecc. Ma non è che chiamando la signora Anna Bianchi ingegnere emerga un pregiudizio sessista, tanto più che molte donne che svolgono questa professione (sempre di più, per fortuna) preferiscono la denominazione invariata.

I sostenitori di questa teoria propongono l'uso dell'asterisco per sostituire la desinenza maschile plurale nei nomi collettivi. È d'accordo? Può essere la soluzione o ci sarebbero altre alternative perseguibili?

Sono decisamente contrario. Si tratta di un espediente che varrebbe solo per lo scritto e che è del tutto artificioso. Ho molti dubbi anche sul cosiddetto sdoppiamento (cittadini e cittadine), che potrebbe porre persino problemi di ordine giuridico. Come in altre lingue, i termini maschili aventi significato generico comprendono de iure anche le donne, in quanto soggetti e beneficiari del diritto; ora, applicando criteri "non sessisti" e introducendo sdoppiamenti, nomi collettivi (persona ecc.) e simili, c'è il rischio che, per distrazione o per difficoltà di sostituzione (si dovrà "demaschilizzare", poniamo, anche trasporto passeggeri in trasporto passeggeri e passeggere?), accanto ai maschili veri e propri sopravviva un certo numero di maschili generici, compromettendo la certezza del diritto. E pensiamo anche ai problemi che nascono dai pronomi atoni: «L'abbonato che voglia recedere dal contratto dovrà farne richiesta con posta certificata: entro trenta giorni gli sarà data notizia dell'avvenuta rescissione». Tutto al maschile: ma nessuno penserebbe che una norma del genere non riguardi le abbonate. La nostra Costituzione, straordinario monumento all'uguaglianza, a partire da quella tra uomini e donne, parla sempre e solo di cittadini, un maschile plurale che, ancora una volta, ha valore generico.

La discriminazione è un fenomeno presente nella nostra società. Quale ruolo ha la lingua? Possiamo accusarla di contribuire ai fenomeni discriminatori oppure in quanto entità astratta non ha alcun ruolo in questo?

La lingua cambia, naturalmente, ma quello che conta, anche in termini di superamento degli stereotipi di genere, non è la grammatica, bensì alcuni aspetti del lessico. Da tempo è felicemente superata la distinzione tra signorina e signora, che distingueva una persona di sesso femminile sulla base del suo stato civile, a differenza di quello che avveniva per i maschi. Bisogna proseguire per questa strada, ma quello che importa è la conquista sostanziale di uguali diritti: finché ci saranno differenze di stipendio nel settore privato e finché troppe donne sarannno costrette a scegliere tra famiglia e lavoro, vuol dire che le discriminazioni ci sono: e sono queste che vanno combattute.

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