Altro che generazione di apatici. La GenZ in diverse parti del mondo sta accendendo rivoluzioni e rivolte.
Ma cos'è questo fenomeno di massa che coinvolge molti giovani tra i 15-25 anni a cui stiamo assistendo? La risposta è semplice: la GenZ non tace davanti alle corruzioni e alle disuguaglianze, ormai all'ordine del giorno in paesi come il Madagascar e il Nepal. Questa generazione digitalizzata ha sperimentato sulla propria pelle gli effetti causati dalla crisi del 2008 e di quella del Covid: disoccupazione, inflazione e governi per lo più composti da anziani corrotti, che sembrano non preoccuparsi nemmeno del riscaldamento globale. Il futuro e i sogni a questi ragazzi sono stati strappati prima ancora che potessero realizzarsi davvero; cresciuti troppo in fretta a causa di una società che non li considera, i giovani hanno risposto con le uniche armi che continueranno sempre a sostenere: la voce e lo smartphone. Ebbene sì, la generazione della fine degli anni Novanta e della prima decade del Duemila ha deciso di sfruttare ciò in cui è più esperta: la digitalizzazione. Quest'ultima gioca un ruolo essenziale nelle rivolte: basta un click su TikTok o una Live su Discord perché la voce di protesta arrivi ovunque.
In Asia, America Latina e Africa le proteste sono molteplici e diverse, ma tutte accomunate dall'assenza di un leader: è la sfiducia nella politica e il desiderio di giustizia a legare insieme questi giovani. Vediamo quali sono i paesi in particolare dove la GenZ ha deciso di agire.
Nepal
Le rivolte in Nepal sono scoppiate a settembre del 2025 e sono una risposta alla povertà, al nepotismo e alla corruzione a cui i giovani Nepalesi sono abituati da anni. Ciò che ha acceso le rivolte è stato lo oscuramento di 26 piattaforme social da parte del governo, che ha così tolto ai giovani l'unica cosa che gli era rimasta: la libertà di parola. Il blocco dei social è stato infatti interpretato dalla GenZ come un tentativo di censurare una campagna virale contro la corruzione: proprio in quel periodo, giovani nepalesi denunciavano online con degli # come #nepokids o #ne-pobaby, i figli dell'élite politica, che ricevevano cariche senza meriti e esibivano sui media la loro sfarzosa vita.
La vita in Nepal non è semplice; lo è solo per il 10% della popolazione più ricca che possiede oltre ventisei volte la ricchezza del 40% della popolazione più povera, con un tasso di disoccupazione giovanile, come constatato dalla BBC, di circa il 20%. Le proteste sono degenerate in scontri violenti, con oltre 10 morti e 1000 feriti. Sono finiti nelle fiamme edifici simboli di potere, come il Parlamento e tutto ciò ha portato il primo ministro K.P Sharma Oli a dimettersi e a far prendere il suo posto a Sushila Karki, fino alle elezioni di marzo.
Gli Stati Uniti
Negli Stati Uniti, la Generazione Z ha portato la protesta anche su un terreno che da anni attraversa il dibattito pubblico: le politiche migratorie e il ruolo dell'ICE (Immigration and Customs Enforcement). Le mobilitazioni anti-ICE, intensificatesi tra il 2024 e il 2025, hanno visto migliaia di giovani scendere in piazza contro le deportazioni di massa, le condizioni dei centri di detenzione per migranti e la separazione delle famiglie. In molte città, da Los Angeles a New York, studenti e attivisti hanno organizzato sit-in, blocchi simbolici e campagne digitali per chiedere lo smantellamento o la profonda riforma dell'agenzia federale, ritenuta responsabile di violazioni sistematiche dei diritti umani. Ancora una volta, i social media hanno avuto un ruolo centrale: video, testimonianze e dirette dai centri di detenzione hanno alimentato l'indignazione e reso virali le proteste, coinvolgendo una generazione cresciuta in un Paese segnato da forti disuguaglianze razziali e sociali. La repressione delle manifestazioni, con arresti e interventi della polizia, non ha fermato il movimento, che continua a rappresentare una delle espressioni più evidenti dell'attivismo politico della GenZ statunitense. città, da Los Angeles a New York, studenti e attivisti hanno organizzato sit-in, blocchi simbolici e campagne digitali per chiedere lo smantellamento o la profonda riforma dell'agenzia federale, ritenuta responsabile di violazioni sistematiche dei diritti umani.
Serbia
In Serbia la sfiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni governative ha raggiunto il culmine il primo novembre del 2024, dopo una tragedia che ha causato numerosi feriti e 16 morti per il crollo di una tettoia della stazione di Novi Sad. I cittadini hanno attribuito il tragico evento alla corruzione e alla cattiva manutenzione delle infrastrutture pubbliche, ignorate dai poteri principali. Dopo il triste accaduto molti giovani si sono riuniti nelle piazze per manifestare la loro indignazione nei confronti del governo e per chiedere giustizia. In risposta il presidente Aleksan-dar Vucié ha promosso la repressione di qualsiasi protesta, opponendosi ai tumulti dei giovani serbi. La soppressione da parte delle forze dell'ordine delle manifestazioni, generalmente pacifiche, ha trasformato piazze e strade delle città in veri campi di battaglia: fumogeni e intimidazioni da parte delle forze dell'ordine non sono mancati per far disperdere i manifestanti. Nonostante le pressioni Vucié è rimasto in carica e le proteste non si sono del tutto placate: i giovani sembrano determinati a non rinunciare alla propria voce.
Bangladesh
Nel luglio 2024, anche il Bangladesh è stato scosso da una marea di proteste guidate dalla Generazione Z. Tutto è iniziato con la reintroduzione di un sistema che riservava il 30% dei posti fissi statali ai combattenti per l'indipendenza del 1971. I giovani hanno ritenuto la riforma un'ingiustizia, scatenando così manifestazioni in tutto il Paese. Le proteste, inizialmente pacifiche, si sono trasformate in un vera e propria rivolta, ricordata come "Rivoluzione di Luglio", in cui le piazze si sono riempite di studenti e attivisti che chiedevano riforme e la fine dell'autoritarismo. La voce dei giovani è riuscita a sovvertire il potere e il 5 agosto 2024 la premier Sheikh Hasina ha annunciato le dimissioni, ponendo fine alla sua attività politica durata oltre 15 anni. Il governo è attualmente guidato da Muhammad Yunus, fortemente sostenuto dalla stessa GenZ.
Kenya
In Kenya la giornata della commemorazione delle vittime delle proteste antigovernative del 2024 si è trasformata in un nuovo bagno di sangue. Il 25 giugno le manifestazioni sono presto degenerate in scontri violenti, con uso massiccio di gas lacrimogeni, idranti. I motivi delle rivolte di quest'anno riportano a galla le stesse questioni irrisolte del 2024: l'aumento di aspre tasse su diversi beni e la mancanza di opportunità per i giovani, ai quali si aggiunge anche il misterioso omicidio nel 2025 del politico e blogger Albert Ojwang. Tutto questo rancore è riaffiorato nel giorno dedicato alle vittime morte nelle manifestazioni precedenti, ma ciò non ha fermato, come afferma la sede locale di Amnesty International, la morte di altre 16 persone e a numerosi feriti. Le telecomunicazioni sono state interrotte, ma Ntv ha riportato scontri isolati e violenti in numerose città. Le rivolte non sono terminate: il clima politico rimane molto teso, soprattutto nei confronti del presidente William Ruto, con proteste che continuano ad accendersi frequentemente.
Madagascar
Nel Madagascar le rivolte sono cominciate verso la fine di settembre 2025 e sono soltanto il risultato di molteplici fattori che hanno reso la vita nel Madagascar, come in altri Paesi, impossibile. La mancanza di beni e servizi essenziali come l'acqua potabile e l'elettricità, ma soprattutto la disparità smisurata tra i ricchi e i poveri, ha portato ad un punto di non ritorno per il Paese. Come afferma la Banca Mondiale, gran parte della popolazione del Madagascar è afflitta da povertà: nel 2024 era di circa l'80%, con uno stipendio medio mensile di 300 mila Ariary, pari a circa 57 euro. Le rivolte sono quindi la comune risposta a continui blackout, carenze d'acqua e corruzione di un governo, che risponde a questi tumulti con la violenza, servendosi dell'esercito. Quest'ultimo ha appoggiato i manifestanti e ha contribuito alla caduta del gover-no, sciolto dallo stesso presidente Andry Rajoelina. Attualmente il potere è nelle mani di un governo di transizione militare, creato dall'esercito stesso che si spera porterà al Madagascar condizioni di vita più dignitose.
Perù
Dopo una riforma pensionistica che obbligava i giovani, spesso impiegati in lavori precari, a iscriversi a un fondo pensione privato chiamato AFP, le proteste sono scoppiate anche in Perù nel mese di settembre 2025. Da anni i giovani peruviani vivono in una realtà piena di corruzione, criminalità crescente e una crisi politica che ha visto alternarsi sette presidenti in dieci anni. E proprio in questo contesto la GenZ ha deciso, attraverso i social media, di intraprendere marce e manifestazioni che si sono però trasformate in scontri violenti con le forze dell'ordine, dove il rapper Eduardo Ruiz ha perso la vita. Ciò ha portato il 22 ottobre a far dichiarare al governo lo stato di emergenza a Lima e in altre città. Nel frattempo il presidente José Jeri rifiuta di dimettersi e ciò fa rimanere il paese in forti tensioni politiche e sociali, che il governo tenta di contenere.
Tutte queste rivolte ci toccano nel profondo, perché a scendere in campo sono proprio i giovani, gli stessi giovani spesso definiti svogliati hanno invece capito che per migliorare il loro paese serve un cambiamento e hanno scelto di farsene portavoce. A quanto pare la frase "l'unione fa la forza" non è solo un detto, ma una verità che la GenZ ha colto subito, anche se il resto del mondo continua a vederla come troppo pigra persino per alzarsi dal divano.




