Attualità
Lgnet3Roma: il lavoro di Alessia per l'Integrazione socio-sanitaria delle persone migranti
Parlare di immigrazione vuol dire spesso rimanere intrappolati in statistiche senza volto, eppure dietro quei numeri ci sono storie silenziose, fatte di partenze difficili, coraggio e rinascita che meritano di essere ascoltate
Redazione | 30 gennaio 2026
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LGNET3Roma è un progetto di Roma Capitale gestito da Arci Solidarietà che rafforza il sistema di accoglienza e integrazione socio-sanitaria delle persone migranti e rifugiate sul territorio romano. Questa è una rubrica di Mandragola e Liceo classico Dante Alighieri di Roma, che racconta storie di persone migranti, per imparare a conoscere le persone e andare oltre gli stereotipi.

Alessia è un’educatrice professionale e operatrice sociale di strada. Nel suo lavoro accompagna persone, straniere e italiane, che vivono situazioni di fragilità e che spesso incontrano ostacoli nell’accesso ai servizi socio-sanitari e ai propri diritti. Una parte del suo lavoro è educativa: informare, orientare, spiegare come funzionano i servizi pubblici e sostenere le persone nel prendersi cura della propria salute. Accanto a questo, svolge anche un lavoro legale e burocratico, legato ai documenti: residenza, tessera sanitaria, permessi di soggiorno e accesso alle cure, cercando soluzioni anche in situazioni amministrative complesse. Lavorando sul territorio e in strada, si confronta ogni giorno con la distanza che può esistere tra i diritti scritti nelle leggi e la possibilità reale di esercitarli. Il suo compito è ridurre questa distanza, facendo da ponte tra le persone e le istituzioni.

Il tuo lavoro si svolge principalmente in strada, nei luoghi della vita quotidiana delle persone: cosa significa fare educazione e supporto socio-sanitario fuori dagli uffici, e che tipo di relazione si costruisce in questi contesti?

Fare educazione e supporto sociosanitario fuori dagli uffici significa stare nel posto delle persone, quindi non sono le persone che arrivano ai servizi, ma siamo noi ad andare da loro nei luoghi della vita quotidiana. L'educazione sociosanitaria in strada è spesso fatta di azioni piccole, una chiacchiera o informazioni al momento giusto, un accompagnamento, un caffè. Significa essere presenti in maniera costante, significa non avere un ascolto giudicante  e avere una capacità di leggere il contesto, ma soprattutto donare il proprio tempo. La relazione che nasce in strada è un tipo di relazione paritaria, non avviene dietro la scrivania, come può verificarsi dentro un ufficio e dentro servizi tradizionali. Questo vuol dire anche che è una relazione che si instaura in maniera graduale, che non si dà per scontata e si conquista passo dopo passo grazie alla fiducia, essendo coerenti e dando risposte efficaci, rispettando i tempi delle persone. Proprio per questo è una relazione che può essere fragile ma anche autentica. 

Una parte centrale del tuo lavoro è spiegare come funzionano i servizi pubblici e accompagnare le persone nell’accesso ai diritti: quali sono oggi gli ostacoli più frequenti che incontrano, soprattutto per chi vive situazioni di fragilità?

Gli ostacoli più comuni che ci capita di vedere sono quelli burocratici: purtroppo ci sono tanti moduli complicati, uffici diversi a cui rivolgersi e per chi ha difficoltà anche un piccolo errore può bloccare tutta la procedura e la vita di quella persona. C'è un altro ostacolo che abbiamo notat: il linguaggio difficile che la burocrazia richiede e che si usa nei servizi, oppure il fatto che molti servizi oggi abbiano accesso solo online, bisogna quindi avere lo spid o altri strumenti che se non hai i documenti, non puoi utilizzare. Gli ostacoli sono tanti, a seguire troviamo i tempi lunghi e le procedure molto rigide che non tengono conto delle fragilità e che creano paura e sfiducia, così le persone tendono a lasciare perdere. Proprio per questo è importante il lavoro di chi spiega il funzionamento dei servizi pubblici e li accompagna nell'orientamento verso i servizi. Altrimenti, molti diritti rimangono solo sulla carta senza possibilità di essere esercitati.

Lavorando tra documenti, permessi, residenza e accesso alle cure, ti confronti ogni giorno con la distanza tra diritti scritti e diritti esercitabili: quali sono gli effetti concreti di questa distanza sulla vita delle persone?

La distanza si crea proprio nell'insicurezza di essere senza documenti, senza residenza, senza possibilità di programmare il proprio futuro. Questo produce una quantità di esclusioni che poco spesso immaginiamo: pensiamo a uno studente che frequenta la scuola e che non ha un documento, banalmente questo si troverebbe impossibilitato dal poter accedere a una gita scolastica fuori dal paese con la sua classe. Se pratica sport non può partecipare alle gare nazionali, e una serie di altre limitazioni. 

Hai un’esperienza ventennale nel lavoro sociale: guardando indietro, in che modo è cambiata la migrazione in Italia negli ultimi anni, e quali trasformazioni ti sembrano più rilevanti rispetto al passato?

Oggi rispetto a molti anni fa l'immigrazione non è una questione solamente di numeri, ma anche di condizioni. È sicuramente cambiata la condizione di vita delle persone migranti: sono aumentate le immigrazioni forzate dovute a guerra e persecuzioni, ma anche crisi economiche e cambiamenti climatici. Molto spesso le persone arrivano senza che abbiano fatto loro la scelta di partire, si sono trovate costrette ad andare via. Le persone che arrivavano durante le prime migrazioni arrivavano spesso con un progetto più chiaro, trovando un impiego e riuscendo poi a stabilizzarsi, a costruire e a progettare le propria vite. Un altro cambiamento evidente è quello che riguarda i percorsi con cui arrivano le persone in Italia. Si tratta spesso di viaggi più pericolosi e traumatici. Per quanto riguarda le politiche migratorie ad oggi sono diventate sicuramente più restrittive e complesse da interpretare, e ciò rende più difficile ottenere i documenti, aumentando di conseguenza anche la precarietà e l'insicurezza dei migranti. Un altro aspetto fondamentale è quello che riguarda le seconde generazioni: i ragazzi nati e cresciuti in Italia che si sentono italiani e che frequentano la scuola, ma che non vengono riconosciuti come italiani a livello giuridico e sociale.

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