Nell’83esima Mostra del Cinema di Venezia l’arte si fa politica. Tra le dichiarazioni di George Clooney contro la “cacocrazia” trumpiana e i sentiti appelli alla pace, nella sera del 10 settembre al Festival si eleva un’orchestra di applausi: 25 minuti, chi dice 24 e 50 secondi, di standing ovation, tra bandiere della Palestina e grida, per il documentario “Naza” della regista Rachel Szor e del regista Yuval Abraham. Non passa neanche una settimana che la produzione cade sotto il mirino del Governo israeliano e il Ministro della Cultura Miki Zohar accusa i due di “tradimento contro lo Stato” e di un “autodisprezzo”, per arrivare a Benjamin Netanyahu che dichiara “intollerabile incitare all’antisemitismo dall’interno”. C’è un problema però, le democrazie vivono sulla capacità del cittadino di essere consapevole, e quando questo è totalmente assuefatto si entra in un altro sistema politico, quello delle tirannie.
Che cosa è Naza
Prodotto dalla sezione documentari del The Guardian, con +972 Magazine e Local Call, e dalla regia di Szor e Abraham, già notiper No other land, Naza racconta, con la testimonianza di 24 ufficiali dei servizi segreti e soldati israeliani, lo sterminio di massa della popolazione palestinese. Il termine significa “danni collaterali”, “civili sacrificati” e gli uomini-macchina di pulizia etnica li contano come fossero punti di un videogioco: 20 Naza, 50 Naza, 100 Naza. Si intercettano chiamate, le tecnologie più avanzate vengono usate per scegliere i palazzi da colpire e la quantità di civili da uccidere. Il documentario mostra quanto, di nuovo, nel male possa esserci una banalità mostruosa. Tutto è normale: i soldati bombardano e poi escono a fumarsi una sigaretta, assistono con i droni allo spettacolo macabro di bambini che camminano tra i corpi morti ma dopo il lavoro escono a bere. “Abbiamo realizzato questo film spinti dal dovere di usare la nostra posizione di israeliani per analizzare i sistemi dietro all’uccisione di massa di civili palestinesi di cui il nostro Paese è responsabile. Durante le riprese negli ultimi tre anni, ci siamo trovati a porci le stesse domande della generazione dei nostri nonni e di tutto il Novecento: come può un gruppo di persone permettere la totale disumanizzazione di un altro individuo? Come funziona dall’interno un sistema del genere?” dichiarano i registi. Molte rivelazioni erano già state rese pubbliche dal Guardian o da giornalisti presenti a Gaza, ma il documentario è stato in grado di innescare meccanismi diversi. Seppur con volto coperto, e dopo tre anni di attese, le riprese sono in grado di mostrare i volti, delle persone, di umani proprio come tutti, che hanno progettato i sistemi di sterminio così da rendere ben più difficile la loro negazione. Osservare la guerra a distanza la rende un videogame, lo dicono gli stessi soldati. In una scena vivono la propria vita con le loro famiglie a Tel-Aviv, in quella successiva in ufficio si valutano le morti dei bambini. I soldati sono inseriti in un ingranaggio fordiano o taylorista che prende in esame piani di espulsione forzata e decide quante persone devono morire. Si controllano le linee telefoniche dei palestinesi e infatti il sistema solitamente consiglia di bombardare di notte, quando rileva frasi dei bambini quali “è tornato papà”.
Cosa è successo dopo
Il film documentario viene presentato a Venezia e, tempo qualche giorno, il Ministro della Cultura Miki Zohar definisce il film “vile” e annuncia di voler immediatamente agire per revocare la cittadinanza israeliana ad Abraham e Szor, con l’accusa di “tradimento contro lo Stato” e di “autodisprezzo” che li spingerebbe a danneggiare la propria patria per ottenere applausi da “antisemiti di tutto il mondo”. A lui si aggiungono Eyal Zamir, Capo di stato maggiore dell’esercito, per il quale il film si baserebbe su “calunnie di sangue e distorsioni deliberate della realtà”. Il Ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvirinvita i due a lasciare il Paese e, infine, Benjamin Netanyahu che dichiara “intollerabile incitare all’antisemitismo dall’interno”. L’esercito israeliano respinge in blocco i contenuti del documentario, sostenendo di non poter verificare l’identità e il ruolo militare di fonti anonime. Ora, la strada per privare i registi della loro cittadinanza israeliana non è così semplice: un ministro della Cultura non ha il potere di disporla. La legge israeliana consente la revoca in casi legati a un accertato “tradimento della lealtà” verso lo Stato, stando alla sentenza della Corte Suprema del 2022. Questa procedura richiede che sia il Ministro dell’Interno a presentare la richiesta al Ministro della Giustizia, e che arrivi la convalida finale di un collegio di giudici. Rivendicazione sicuramente più realizzabile è la richiesta di Zohar allo Shin Bet di indagare sull’origine dei materiali usati nel film: diffusione di informazioni riservate. L’incolumità personale dei registi sarà da proteggere altrettanto: già l’aggressione subita da Hamdan Ballal dopo l’Oscar per “No other land” e l’uccisione di Odeh, il professore che aveva aiutato i registi, da parte di un colono, ne sono un esempio.
Il lavoro dietro Naza
Naza è il frutto di tre anni di lavoro e di un’inchiesta portata avanti dal The Guardian con +972 Magazine e Local Call, testate che già nel 2023 e 2025 avevano pubblicato una serie di reportage sui sistemi tecnologici usati da Israele per selezionare gli obiettivi a Gaza. Il titolo riprende l’acronimo militare ebraico “Nezek Agavi”, con cui l’intelligence israeliana indica il numero atteso di vittime civili in un attacco. Il lavoro di testimonianze e ricerca, con volti e voci alterate per proteggere l’identità, girato di notte sui tetti di Tel Aviv è stato mantenuto segreto per tutto il tempo. Yuval Abraham, nato nel sud di Israele da una famiglia di origini ebraiche miste, ha già alle spalle una carriera da giornalista investigativo. Come traduttore dall’arabo, ha collaborato con le testate indipendente israelo-palestinesi +972 magazine e Local Call, per descrivere i meccanismi dell’occupazione. Con il giornalista palestinese Muhammad Alnaouq aveva fondato “Across the Wall”, una piattaforma che traduce in ebraico le storie palestinesi per rompere le narrazioni dominanti in Israele: progetto sospeso dopo che 23 famigliari del collega sono stati uccisi in un bombardamento a Gaza. Accanto al lavoro d’indagine s’innesta quello cinematografico di Rachel Szor, direttrice della fotografia del documentario. Nel 2024 si era già dedicata a “No other land” con gli attivisti palestinesi Basel Adra e Hamdan Ballal, sulla distruzione della comunità palestinese, di Masafer Yatta nella Cisgiordania occupata. I due cittadini israeliani conducono un’indagine sui meccanismi inumani del loro Stato, una democrazia, se non addirittura l’unica democrazia dell’Oriente, come piace chiamarla, e subito vengono accusati di “tradimento dall’interno”. Sciogliendolo: i due cittadini israeliani sono venuti meno a un impegno giuridico di fedeltà e lealtà nei confronti del loro Stato. Ma esiste davvero questo impegno giuridico?
L’inchiesta, anatomia di un genere
Così si intitola il numero 1 del 2024 di Tabloid, la rivista trimestrale dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia e oggi ritorna quanto mai rilevante. “Democracy dies in darkness”, la democrazia muore nell’oscurità si trova scritto sotto la testata del Washington Post, il quotidiano statunitense che negli anni ’70 condusse l’inchiesta sullo scandalo Watergate fino alle dimissioni di Richard Nixon. Ferruccio De Bartoli, intervistato in questo numero 1 di Tabloid, ricorda subito che: “la manutenzione di un sistema democratico dovrebbe essere la funzione primaria di un giornalismo di qualità”. Un sistema democratico ha in sé gli anticorpi che, se c’è una stampa libera, possono mettere in discussione qualsiasi potere. Le democrazie finte deboli false, o quelle che si provano a chiamare “democrature”, non fanno i conti con la storia, mettono sotto la superficie i problemi irrisolti. Un’informazione di qualità pone davanti alla classe dirigente e all’opinione pubblica le verità scomode. La ricerca dell’inchiesta, fuori dal campo d’azione tradizionale del giornalismo, si poggia sui grandi quotidiani, giornalisti professionisti che fanno del giornalismo di qualità una fede. Per De Bartoli “tutto ciò di cui non ci occupiamo, alla fine diventa un difetto genetico della democrazia. (…) Ci sono pezzi di verità che mancano ed è come se noi andassimo in giro con gli occhi bendati”. Sempre più parti della nostra società per convenienza, paura e pigrizia non andiamo a indagarle ed è una prassi deleteria per la democrazia stessa e della missione civile del giornalismo stesso. Accettare, non indagare, semplificare la realtà sono l’anticamera della dittatura.




