Attualità
Serbia, la vittoria degli studenti che smentisce la narrazione corrente sui giovani
A Belgrado la lista studentesca vince su Vučić: la storia della Serbia ci racconta come una generazione sottovalutata riesce a incidere sulla realtà
Camilla Fioretto | 27 ottobre 2026
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Non è una novità che le generazioni più giovani siano fra i bersagli preferiti della critica politica e sociale. Che si tratti dei loro modi di vivere, che appaiono completamente diversi da quelli a cui le generazioni più vecchie sono abituate, o che si tratti delle loro richieste, dei loro modi di protestare, delle loro pretese definite eccessive, esagerate e spesso liquidate come capricci immeritati, i giovani sono ormai abituati al tono polemico che accompagna le narrazioni su di loro. 

Oggi, ci pensano gli studenti serbi a dare uno schiaffo in faccia a questo tipo di narrazione e lo fanno raggiungendo un obiettivo che molti ritenevano impossibile e con gli stessi metodi che per anni la politica e la stampa cercano di sminuire. 

Non ci deve stupire la fine di un governo di destra dalla durata quasi quindicennale per mano degli studenti. Non ci deve stupire come, dopo due anni di proteste, la Lista Studentesca sia riuscita a vincere le elezioni che hanno registrato il più alto numero di affluenza alle urne in 30 anni (quasi il 70%) con una maggioranza assoluta. Non ci devono stupire come ora, in tutta la Serbia, stiano scoppiando i festeggiamenti per questa vittoria inaspettata. 

Ciò che ci deve stupire è quanto poco spazio sia stato riservato, nel dibattito internazionale, al percorso che ha portato a questa vittoria: due anni di proteste, nati da una tragedia che ha acceso i riflettori sulla corruzione e sulla mancanza di responsabilità delle istituzioni, quando il crollo di una pensilina di una stazione ferroviaria a Novi Sad ha ucciso 16 persone, dando vita a una mobilitazione studentesca capace di organizzarsi, coinvolgere migliaia di persone e mettere in discussione equilibri politici che sembravano consolidati. Ciò che ci deve stupire, inoltre, sono i modi in cui, soprattutto negli ultimi mesi, continua la narrazione sulle proteste studentesche che in tutta Europa stanno prendendo piede in queste ultime settimane. 

E forse nemmeno questo ci dovrebbe stupire, abituati come siamo a sentire le nuove generazioni venire continuamente dipinte come generazioni di incapaci, viziati, capricciosi. La Generazione Z è quella che non riesce a vivere senza il telefono, che porta avanti rivendicazioni liquidate come superflue e pretestuose – come le lotte per i diritti civili e per una maggiore inclusività, che prescinda da genere, etnia e orientamento sessuale – oppure giudicate eccessive e immeritate, come quelle emerse nelle ultime proteste contro il carovita, gli affitti inaccessibili e i salari insufficienti. 

Eppure, quello che è successo in Serbia dimostra come le nuove generazioni si rifiutino di fare da spettatrici di un mondo che non sentono più proprio, andando contro una narrazione che li dipinge come una massa di individui troppo concentrati sui propri bisogni per interessarsi a ciò che accade intorno a loro. Sono persone capaci di riconoscere un problema, organizzarsi per chiedere che venga risolto e trovare il modo di trasformare una protesta in qualcosa di concreto. E soprattutto, sono capaci di coinvolgere chi, pur non appartenendo alla loro generazione, condivide le stesse richieste.

Perché è questo che rende la vittoria degli studenti serbi un risultato che va oltre i confini del paese. Sconfiggendo una classe politica che sembrava destinata a rimanere al potere, hanno dimostrato come una mobilitazione nata fuori dai tradizionali circuiti della politica può arrivare a mettere in discussione equilibri che sembravano intoccabili. Quasi due anni di proteste hanno portato gli studenti dalle strade alle urne, trasformando la rabbia per una tragedia in una richiesta di responsabilità e cambiamento.

La vittoria degli studenti serbi pone una domanda scomoda a chi continua a descrivere le nuove generazioni come disinteressate, immature e incapaci di incidere sulla realtà: quanto è comodo liquidare come ingenue le richieste di chi non si rassegna allo stato delle cose? Quando una protesta riesce a trasformarsi in organizzazione, consenso e partecipazione politica, non è più possibile archiviarla come l'ennesimo capriccio generazionale, e a quel punto, forse, il problema non è più capire perché i giovani protestino, ma chiedersi perché ci si ostini a non prenderli sul serio.

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