Attualità
Socialmente Bello: ci chiedete di staccare ma da cosa?
Quanto vi pesa il telefono?
Mariangela De Blasi | 4 novembre 2026
Stampa

Questo mese Socialmente bello lascia la parola a chi di solito se la prende senza chiedere permesso. Sono le ragazze e i ragazzi che in queste settimane riempiono le piazze, occupano licei e istituti, tengono assemblee che finiscono a sera e la mattina dopo sono di nuovo al banco. Abbiamo raccolto le loro voci, quelle che si sentono nei cortei, nei comunicati scritti di notte durante un'occupazione, nelle inchieste dei collettivi e dei sindacati studenteschi, e le abbiamo cucite insieme in un'unica intervista. Nessuno firma da solo, perché quello che dicono lo dicono in tanti. Siamo partiti da una domanda semplice, quanto vi pesa il telefono, e la risposta ci ha portati altrove. Alla scuola che li misura e li punisce, agli stage dove si può morire, all'ansia che nessuno cura, alla Palestina. Chi li chiama la generazione persa dietro uno schermo dovrebbe leggere fino in fondo.

Vi dicono di disintossicarvi dal telefono. Non vi sembra che la colpa venga scaricata su di voi?

Sì, ed è la cosa che ci fa più arrabbiare. Ce la mettono come una questione di forza di volontà, come se bastasse spegnere tutto la sera e via. Ma dall'altra parte ci sono aziende gigantesche che pagano gente per tenerci attaccati allo schermo il più possibile, perché ogni nostro minuto per loro sono soldi. Che lo usiamo troppo lo sappiamo da soli. Vorremmo solo che qualcuno andasse a chiedere conto anche a chi le app le progetta così.

Il divieto del cellulare a scuola vi aiuta o vi punisce?

Ci punisce. La Rete degli Studenti Medi del Lazio è andata sotto il ministero a contestare la circolare di Valditara che vieta il telefono per tutta la giornata scolastica. Nessuno vuole stare su TikTok durante la versione di latino, sia chiaro. Però per tanti di noi il cellulare è l'unico strumento digitale che abbiamo, e se la scuola ce lo toglie senza insegnarci a usarlo meglio ci lascia soli proprio lì dove dovrebbe esserci.

Pesa di più l'ansia da social o quella per il futuro?

Sono la stessa cosa vista da due lati. I social amplificano, ma l'ansia viene da una scuola che ci misura ogni giorno e da un futuro in cui non vediamo né una casa né un lavoro che duri. In un'inchiesta della Rete degli Studenti Medi il 60,3% dei ragazzi si è detto molto preoccupato per la propria salute mentale, e il 60% vive con ansia il percorso di studi. E in una consultazione del Garante per l'infanzia più della metà dei ragazzi tra i 16 e i 20 anni ha detto di soffrire d'ansia o di tristezza prolungata. Dare la colpa a Instagram è comodo, ma non spiega niente.

Se state male, a scuola trovate qualcuno?

A volte c'è uno sportello, a volte no, e quando c'è lo psicologo passa una volta ogni tanto. Così non funziona. Da anni i sindacati studenteschi chiedono un presidio psicologico in ogni scuola, con una proposta di legge portata alla Camera. La campagna si chiama “Chiedimi come sto”, e c'è una frase che ci ripetiamo spesso, «stare male è normale, ma stare bene è un diritto». Tra di noi di salute mentale ormai si parla. Il problema è che chi decide non ci mette un euro.

Che studenti vorrebbe chi governa la scuola oggi?

Studenti che stanno zitti. La riforma del voto in condotta l'abbiamo vissuta esattamente così. Il coordinatore nazionale della Rete degli studenti medi ha detto che la condotta viene usata troppo spesso per colpire chi dissente o partecipa alle mobilitazioni. A Modena un rappresentante d'istituto si è visto arrivare un avviso di sospensione di 12 giorni per aver parlato con un giornale locale. Questo non si chiama educare. Si chiama mettere paura.

Il ministero si chiama dell'Istruzione e del Merito. Che effetto vi fa?

Ci fa pensare che chi parte avanti viene premiato e chi parte indietro si sente dire che è colpa sua. Chi ha i genitori laureati, le ripetizioni e una stanza per studiare il merito se lo trova quasi già fatto. Chi il sabato lavora, o fa da interprete ai genitori a ogni appuntamento in banca, quella parola se la sente pesare addosso. Non a caso tante occupazioni degli ultimi anni sono nate anche contro una scuola che secondo gli studenti mette il merito davanti a tutto. Noi vorremmo una scuola che porta avanti tutti, non una che fa la classifica.

Cosa vi hanno insegnato gli stage sul lavoro che vi aspetta?

Che lavorando si può morire, e che non importa abbastanza a nessuno. Lorenzo Parelli aveva 18 anni, Giuseppe Lenoci 16, Giuliano De Seta 18. Erano ragazzi come noi e sono morti durante percorsi di formazione legati alla scuola. In un sondaggio tra gli studenti del Lazio quasi sette su dieci hanno detto che la scuola non insegna niente sui diritti di chi lavora. Sotto il ministero abbiamo portato uno slogan che ripetiamo ancora oggi. Non è scuola quella che uccide, non è lavoro quello che sfrutta.

Le piazze servono ancora o alla fine resta tutto su Instagram?

Servono eccome, e l'autunno del 2025 lo ha fatto vedere a tutti. Agli scioperi generali del 22 settembre e del 3 ottobre e alla manifestazione nazionale del 4 ottobre a Roma c'erano un sacco di ragazzi delle superiori. A Roma sono stati occupati licei come il Plauto e l'Augusto, dove gli studenti contestavano un'indicazione dell'Ufficio scolastico regionale che secondo loro impediva di parlare di Palestina in classe. Instagram lo usiamo per organizzarci. Poi in piazza ci andiamo di persona.

Prima vi accusano di essere apatici, poi vi sanzionano quando vi muovete. Come se ne esce?

Muovendoci lo stesso. Se stiamo fermi siamo la generazione persa dietro al telefono, se occupiamo diventiamo un problema di ordine pubblico. Quando il ministero ha chiesto il pugno duro contro le occupazioni, l'Unione degli Studenti ha risposto che così si vuole una scuola silenziata, e che attaccare le occupazioni significa attaccare la libertà d'espressione di chi studia. La pensiamo allo stesso modo. Se volete ragazzi che partecipano, dovete accettare che partecipare vuol dire anche non essere d'accordo con voi.

Se domani vi trovaste davanti al ministro, cosa gli direste?

Di venire una mattina a una delle nostre assemblee. Senza telecamere, senza scorta, senza un discorso preparato. Due ore seduto in fondo all'aula ad ascoltare, senza rispondere. E solo dopo mettersi a scrivere le riforme. Noi la scuola la viviamo tutti i giorni, lui la guarda da un ufficio. Non chiediamo di avere sempre ragione, chiediamo di essere presi sul serio.

Commenta questo articolo