“Non fare la splendida” è il libro più fuori di testa che io abbia letto durante la quarantena
Ovvero come avere 16 anni (e sentirsi Woody Allen) secondo Emma Forrest
Serena Mosso | 30 March 2020

Viva Cohen ha sedici anni e racconta la sua vita come se fosse un film. La scuola che la annoia, la migliore amica per cui ha una mezza cotta\venerazione, le serate nei peggiori pub di Londra, le pop star che frequenta e con cui si caccia sempre in situazioni assurde e ambigue. Un’adolescente che ha un’opinione su tutto, per lo più sarcastica. E che fa figuracce in continuazione, tra cui una madornale e indimenticabile con Antonio Banderas. In persona.

 

Un romanzo scoperto per caso, bighellonando in un mercatino dell’usato in un pomeriggio di gennaio che sembrava primavera. Posato su un ripiano in camera e ripescato – scavalcando altri libri in attesa di essere letti e che avrebbero avuto la precedenza – durante i primi giorni di panico della quarantena, in cerca di qualcosa di leggero e irriverente per farsi passare la paura. Un giudizio? L’euro meglio speso della mia vita – è questa la grande magia dei mercatini! – per questo libro usato che in copertina aveva ancora il prezzo sia in euro che in lire. Non fare la splendida uscì infatti nel 1999 e la sua autrice Emma Forrest oggi è una giornalista affermata, ma tanti anni fa è stata una specie di irriverente bambina prodigio. A quindici anni arrivò a intervistare Madonna e gli Oasis, guidata da una fervida passione per la scrittura che forse è un po’ la stessa che muove oggi tanti dei nostri giovani reporter di Zai.net. Per questo si tratta di un libro che non possiamo non consigliare, che Emma Forrest pubblicò a soli ventun anni caricandolo di tutto il suo black humor, il suo carattere sfacciato e quel godibilissimo tono melodrammatico con cui gli adolescenti costruiscono la narrazione della propria vita rendendola epica e sempre affascinante.

 

Tanto di quello che Viva racconta è vita ordinaria, ma tu la bevi, e insieme a lei credi che sia speciale. Credi al suo amore folle per il cinema e ai suoi dialoghi immaginari con Elizabeth Taylor. Credi davvero a tutte le sue riflessioni sui film di Antonioni e sui divi di un tempo, sbellicandoti per le conclusioni scanzonate a cui arriva («E poi odio le attrici francesi. “Salve, sono una fatalona imbronciata e mi piace sposare registi col doppio della mia età”»). Credi davvero che Boys of Summer di Don Henley sia la canzone della tua vita e che tutta la tua visione dell’amore debba seguire il concetto del carpe diem L’amore deve essere come un prossimamente. Anche se il film è una cagata, ti fai le risate migliori e ti becchi gli effetti speciali più belli nel giro di due minuti»). Credi che l’esistenza possa diventare un comicissimo kolossal à la Woody Allen, se solo sai come prenderla. Credi all’adorabile zio Manny, unico parente che si occupa di Viva e che abita con lei, che ormai ha quasi rinunciato a trovare l’uomo giusto per sé ma non ad apostrofare il mondo col suo graffiante umorismo, o a propinare alla nipote degli stravaganti indumenti di intimo anni Cinquanta («Guarda, ti ho comprato dei reggicalze verde menta da abbinare alla sifilide»).

Certo, la narrazione segue l’umore di Viva, alti e bassi, altalena emotiva dagli altissimi picchi e dai bassissimi abissi («I miei umori sono l’equivalente di Madonna che balla. Inappropriati ma espressivi»). E così passi dalle esilaranti mattinate in giro per Candem dopo aver marinato la scuola allo struggente amore impossibile per il musicista indie Drew, depresso e pallido e quasi mai interamente sobrio; dall’assenza di punti di riferimento affettivi al totale disinteresse per una scuola che non sembra veramente aiutarti a capire che cosa vuoi diventare. Il tutto, però, sempre affrontato con la micidiale impertinenza con cui Viva interagisce col mondo degli adolescenti e dei loro drammi quotidiani: dalla masturbazione all’anoressia, dall’infelicità all’autolesionismo. Passando per fughe fuori città inseguendo concerti dal vivo, fantasie sui divi del cinema, voli per Los Angeles, alberghi pieni di droga e alcol e rock star da strapazzo. Nessuno si salva dai giudizi di Viva Cohen. E nessuno potrà fare a meno di sorridere, almeno una volta, ai giudizi di Viva Cohen («E le carote, invece? Stanno lì e basta gridando: “Ciao, siamo carote, amaci per questo!”. Sono le Gwyneth Paltrow del settore alimentare. Non devono mai dimostrare di valere qualcosa»).

 

Un romanzo che somiglia più a un’esperienza che a una lettura, che piacerà anche agli over come noi più vicini ai trenta che ai sedici di Viva. Qualcosa di serissimo e scanzonato a un tempo, che si fa beffe della vita e di ogni drammaSe vuoi sapere se veramente la tua vita sta andando in pezzi, fai caso a cosa mangi»). Ideale per dimenticare la quarantena per qualche ora o rientrarci con un atteggiamento propositivo.

Astenersi gente che non abbia ancora letto Lolita di Nabokov. Viva, quella piccola carogna, te lo spoilera così senza preavviso in uno dei suoi noncuranti flussi di coscienza.

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