La nuova edizione di Operazione Shylock, tradotta da Ottavio Fatica, è la novella delle papere di Philip Roth che, per chi non fosse amico di Boccaccio, significa che è il romanzo in cui Philip Roth prende voce. C’è un problema: come dice già Carrère, “una confessione” è un romanzo misto di autofiction, satira, tanta ironia, thriller paranoico e giallo e questo nuovo titolo è quanto di più attuale si possa estrarre dalla letteratura.
Il romanzo
La trama del romanzo è intricata e non priva di spigoli, il lettore è necessario rimanga sempre ben attento. Si potrebbe dire che Operazione Shylock: una confessione tratta di Philip Roth che a Manhattan scopre, tramite amici, dell’esistenza di un altro Philip Roth, che vive a Gerusalemme e che si spaccia per lui scrittore. Un falso Philip che ha in progetto una nuova diaspora per gli ebrei, che vuole farli tornare nell’Europa pre-hitleriana. Il vero Philip, reduce da un esaurimento nervoso, pensa che questa notizia sia inventata e dopo aver scoperto che molti suoi problemi si devono all’assunzione di farmaci per la testa, smette di prenderli, ma il falso Philip continua a predicare in suo nome. Parte per Gerusalemme, ma qui il romanzo prende un’altra forma ancora: diventa una anti-spy story. Per via del falso Roth, il vero Roth finisce coinvolto dal Mossad in un’operazione molto confusionaria, che darà il nome al romanzo, dal personaggio shakesperiano di Shylock, l’ebreo usuraio destinato a morire ne Il Mercante di Venezia.
Che cosa significa
Una delle domande più antipatiche che si possono porre a uno scrittore o una scrittrice, è chiedere loro quanto di vero ci sia nelle storie che ci raccontano. Non che non vada chiesto, esistono generi che sono dichiaratamente autobiografici o biografici, ma la richiesta guerreggia con la nostra capacità, prima di tutto cognitiva, di credere nelle storie, seguire ciò che ci viene narrato. Spiegandosi meglio, questa è una tendenza che avevano notato gli autori fin dai tempi più remoti: i lettori e le lettrici sono più propensi a continuare a leggere se la storia è vera o se, furbescamente, la si dichiara tale. Non a caso il genere fantastico, appellandosi a un dato prettamente statistico, è letto molto meno rispetto ai romanzi veristi. In questo testo Roth, dunque, oltre a combattere con il pubblico che non riesce a capire cosa sta leggendo, solleva involontariamente un’altra questione. Se da un lato Roth è diventato famoso per ribaltare gli schemi più tradizionali della letteratura, qui diventa l’autore di un romanzo che mostra quanto essere ebreo significa anche “rivolgersi a un padre pazzo e violento, per tremila anni”. Ecco il punto. Adelphi ripubblica il testo in un momento in cui dobbiamo leggerlo mentre scorrono sotto i nostri occhi le immagini del genocidio israeliano a Gaza, e l’effetto che si crea è ancora più straniante. La casa editrice, ripubblicandolo, dichiara le sue posizioni. Prima di tutto in copertina leggiamo Operazione Shylock e non Operazione Shylock: una confessione, il titolo originario del manoscritto, rendendo il testo apparentemente scevro di misticismo, satira e fiction. In secondo luogo, la ristampa del testo ci fa capire che la produzione letteraria risente di processi di significazione infiniti, perché ad oggi, Operazione Shylock non verrà letto come l’ultimo romanzo di Roth, ma come un romanzo sul fatto che “non c’è business come lo Shoah business”, o che Israele rischia “di aver perso la sua identità morale, sempre che l’abbia avuta”. Oggi, più che mai, narrare storie è un atto di coraggio, e necessita di una cura e attenzione elevata. Il potere della produzione letteraria, informativa, delle storie da raccontare è quantomai incontenibile, essendo in grado di veicolare messaggi che costruiscono significati e realtà. Scrivere, leggere e fare informazione indirizza la società e il modo in cui questa percepisce la realtà: la poiesi dei significati, direbbe Eco, è il nostro più grande valore.




