TRA ROCK E BRIT POP
In "Cile" veritas
Un tour in partenza a dicembre, collaborazioni importanti e tanta consapevolezza in più: a tu per tu con Lorenzo Cilembrini, aka Il Cile
Chiara Colasanti | 22 October 2014
Come definiresti la tua musica a qualcuno che non ha mai sentito una tua canzone?
Un rock che si mescola al cantautorato e che cerca di riportare, nel sound, gli echi dei miei ascolti storici, ovvero rock grunge, passando per il brit pop e tutto quello che negli anni ‘90 ha segnato la mia formazione
adolescenziale.
Hai scritto un libro, Ho smesso tutto: qual è stato il processo creativo dietro la stesura di un libro? Si differenzia molto dalla routine creativa di scrittura di un brano?
Diciamo che è stato sempre qualcosa fatto di istinto, di getto; limato maggiormente perché i confini di un libro sono ovviamente più ampi, rispetto ai canonici tre/quattro minuti di una canzone, ma è venuto
comunque con naturalezza, perché io sono una persona che scrive tanto e di continuo, proprio per necessità
personale. La scrittura per me è qualcosa di terapeutico!
Parliamo dell’album In Cile Veritas: c’è qualche aneddoto del “dietro le quinte” che ci puoi raccontare?
I provini sono stati fatti tutti d’estate, nella casa del mio più caro amico, che abita fuori Arezzo e ha una piscina: lavoravamo ogni giorno dalle nove di mattina alle sette del pomeriggio, poi casualmente uscivano fuori
le Tennent’s e il lavoro si concludeva con una festa in piscina praticamente tutti i giorni!
Hai partecipato al Festival di Sanremo: cosa ti ha lasciato quell’esperienza? Mi ha fatto imparare molto su
quanto è duro. Bisogna essere molto lucidi e razionali nell’affrontare non tanto quel palco, quanto quello che c’è attorno: le interviste, la competizione, tutto il resto. Se mai dovessi rifarlo, mi lascerei mentalmente
più “freddo”, non sopra al palco, ma nel contorno!
Progetti a breve termine e sogni nel cassetto dalla scadenza più lunga?
Adesso sto portando avanti delle collaborazioni importanti, sia come autore, sia come collaboratore per la stesura di testi per altri, come ad esempio per il nuovo album dei Negrita. Poi scriverò una canzone con un rapper importante che uscirà in primavera con un album. Insomma, continuo a fare il mio lavoro! Per quanto riguarda scadenze più immediate, ora sto preparando il mio tour che partirà l’11 dicembre dal Tunnel di Milano.
C’è qualche consiglio che ti senti di dare ai ragazzi che stanno provando a vivere il tuo stesso sogno e che deriva dal tuo percorso? Posso dire loro di fare quello che vogliono, di portare avanti tutti i sogni a cui tengono maggiormente, ma di finire sempre la scuola. In quel momento forse non ce ne rendiamo conto, ma con il passare del tempo si capisce che la scuola ha un peso incredibilmente importante nel corso della propria adolescenza e non si può recuperare poi così facilmente.
Una domanda che nessuno durante le interviste ti ha ancora fatto, e a cui vorresti poter rispondere per parlare
di qualcosa che ti sta a cuore…
Forse se sono soddisfatto di me stesso, più che della musica che faccio. La risposta è che sto cercando di tenere a bada le cose che mi possono fare del male e di conseguenza valorizzare le persone che mi vogliono bene.
Come mai ci tieni tanto a non essere definito cantautore?
Non amo la parola cantautore, perché la associo non ai grandi cantautori del passato ma a chi, al giorno d’oggi, a volte quasi a livello di plagio, forza e rielabora degli stilemi già molto usati da maestri che li
hanno usati all’acme, reinterpretandoli e facendosene portavoce in maniera troppo derivativa.
C’è un verso che preferisci dell’ultimo album?
Tu sapevi di me che mi bastava guardarti per imparare a sorridere. Non ha niente di eccessivamente aulico, ma per me rappresenta un po’ il senso di questo album.
(Grazie a Debora Cinganelli, appassionata sostenitrice de Il Cile, per le ultime due domande, ndr)
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