Missioni epocali
Seconda stella a destra...
Il 12 novembre 2014 per la prima volta nella storia dell’umanità una sonda costruita dall’uomo è arrivata sul suolo di una cometa dopo ben dieci anni di viaggio. Per scoprire se il segreto della vita è nascosto sulla superficie di 67P
Lorenzo Capaccioni | 31 dicembre 2014
“Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza” faceva dire Dante ad Ulisse nell’Inferno e forse è quello che si sono detti i membri del team della Missione Rosetta il 12 novembre 2014, quando per la prima volta nella storia si è raggiunta la superficie di una cometa. Un evento epocale, sia dal punto di vista della missione – dieci anni di viaggio e oltre 6 miliardi di chilometri, sia da quello degli obiettivi – studiare la composizione di una cometa alla ricerca di molecole organiche. Ci spiega il professor Giovanni Bignami, presidente dell’Istituto Nazionale di Astrofisica: «L’obiettivo principale della missione Rosetta è capire come è fatta una cometa, di che cosa è fatta, capire se ci sono tracce di materiale organico, e per esempio misurare la chiralità di questo materiale organico, per collegarlo in qualche modo ai mattoni della vita che vediamo sulla terra. Insomma, cercare di capire le comete come messaggere del sistema solare».
“Rosetta”, missione spaziale dell’European Space Agency, è partita il 2 marzo 2004 diretta ad incrociare l’orbita della cometa 67P/ Churyumov–Gerasimenko. Composta da due parti, il lander Philae e la sonda vera e propria Rosetta, la missione prevedeva che il modulo Philae si sganciasse dalla sonda e atterrasse sulla superficie della cometa. E così è avvenuto alle 17.00 ora italiana, anche se con qualche imprevisto: Philae ha rimbalzato per vari chilometri prima di stabilizzarsi, facendo tenere il fiato sospeso agli scienziati. «Non è andato tutto come ci si aspettava – spiega il prof Bignami – ma sono cose che più o meno succedono tutte le volte che uno fa qualcosa di nuovo, qualcosa di veramente nuovo. Se si costruisce un’auto normale, con alta probabilità andrà tutto bene; se si costruisce una Ferrari può capitare qualche imprevisto. Nel caso di Rosetta l’ambizione era grandissima: gli arpioni che sarebbero dovuti servire alla sonda per aggrapparsi al suolo non sono usciti e così Philae è rimbalzata per un po’. Sfortuna ha voluto che sia andata a finire in un posto molto poco giusto, molto poco soleggiato: la ricerca è una cosa difficile». Nonostante questo, però, qualche ora dopo il lander ha inviato alla terra le prime, emozionanti immagini della cometa. A quel punto, una corsa contro il tempo per raccogliere più dati possibili in due giorni e mezzo, tempo utile prima che le batterie di Philae si scaricassero: per farla “risvegliare” bisognerà aspettare che la cometa si riavvicini al Sole nella primavera 2015 e possa ricaricare così i suoi pannelli.
Per raccogliere i dati, la missione si avvale di tecnologie altamente avanzate, alcune delle quali sono made in Italy, come i pannelli solari e alcuni strumenti. «L’Italia ha partecipato a vari livelli: la Thales Alenia Space ha fatto da coordinatore generale della missione, poi con industrie relativamente più piccole che hanno fatto vari pezzi della missione: il trapano, i pannelli solari, i sistemi di analisi e trasmissione dati. Naturalmente ha partecipato anche con gruppi scientifici dell’INAF, innanzitutto, e di varie università, come Napoli, Padova e Roma».
Fiore all’occhiello è il trapano sviluppato dal Politecnico di Milano per analizzare il nucleo della cometa. SD2, questo il nome della trivella, pesa appena 4kg ma è in grado di penetrare in profondità, raccogliere campioni in appositi contenitori e naturalmente comunicare con il lander. Il trapano è stato messo in azione prima che le batterie di Philae si esaurissero del tutto ed è riuscito ad entrare ad una profondità di 25 cm e a tornare indietro: al momento non si conoscono però i dati che è riuscito a raccogliere. Ma cosa sappiamo per ora di 67P? Che fa freddo – c’è una temperatura di 170 gradi sotto zero e che il suo nucleo è costituito da ghiaccio durissimo ricoperto da 10-20 cm di polvere. Ghiaccio così duro da rompere il martello MUPUS in dotazione alla missione. Dalle prime analisi, comunque, è emerso che ci sono tracce di materiale organico, dato di fondamentale rilevanza. Se fosse confermato, infatti, potrebbe avvalorare la teoria secondo cui siano state proprio le comete a depositare i mattoni della vita sulla Terra. Una tesi completamente opposta all’esperimento di Miller-Urey che si studia a scuola, secondo cui molecole organiche si genererebbero da inorganiche. «L’esperimento di Miller è un grande classico che oramai ha più di mezzo secolo: è certamente importante, ma è stato dimostrato che era stato condotto con la composizione dell’atmosfera sbagliata. C’è del vero sicuramente, ma sono anche convinto che la metà dell’acqua degli oceani sia stata fatta dalle comete e che quindi ci possa essere un forte apporto di materiale organico arrivato sulla terra da comete e asteroidi», spiega Bignami. Non ci resta dunque che aspettare che tutti i dati siano analizzati dagli scienziati per poter fare delle valutazioni più precise. Sta di fatto, in ogni caso, che con Rosetta per la prima volta abbiamo decifrato la struttura delle comete, proprio come lo studioso Champollion decifrò il geroglifico grazie alla stele di Rosetta (nome da cui prende il nome la missione), scrivendo un’importante pagina della storia. E se leggendo questo articolo vi fosse venuta voglia di studiare l’universo, il professor Bignami consiglia: «Buttatevi. Tutti quelli che si sono laureati con me o che ho incontrato nella lunga carriera di professore hanno tutti trovato degli eccellenti lavori in Italia o all’estero. Fare il ricercatore in astrofisica è il lavoro più bello del mondo. Non bisogna avere esitazioni, bisogna sentirselo dentro e andare dove ti porta l’amore per la scienza».
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