Il doping è un fenomeno purtroppo diffuso in molti ambiti sportivi e rappresenta una delle principali preoccupazioni perché siano garantite competizioni eque e pulite. Per “doping” si intende l’uso di sostanze o metodi proibiti che possono migliorare artificialmente la prestazione dell’atleta. Esistono organismi internazionali come la World Anti-Doping Agency (WADA), creati per controllare sistematicamente atleti di tutto il mondo e tutelare l’integrità degli sport.
Nel tennis, come negli altri sport, ci sono rigidi programmi di controllo antidoping, che segue queste fasi principali. Viene selezionato un alteta, e la selezione può avvenire a sorpresa, quindi fuori gara, o dopo una competizione, quindi in gara. Si raccolgono campioni di urina e/o sangue, sotto controllo di personale autorizzato. I campioni sono sigillati in contenitori numerati e inviati a laboratori accreditati, che cercano sostanze proibite o livelli anomali di ormoni o altri indicatori. Se il campione A è positivo, l’atleta può chiedere l’analisi del campione B. Se anche quello è positivo, scattano squalifiche o sanzioni.
Una delle vicende più dibattute degli ultimi anni è quella che ha coinvolto il tennista italiano Jannik Sinner, numero uno del mondo nel 2024 e 2025. Durante il torneo di Indian Wells, negli Stati Uniti, Sinner risultò positivo a due test antidoping consecutivi per uso di una sostanza proibita: il clostebol. Il clostebol è una sostanza simile al testosterone, è cioè un ormone che fa crescere i muscoli. Viene usato in alcune creme per far guarire meglio le ferite, ma è vietato nello sport perché può dare un vantaggio fisico, anche se usato in piccole quantità.
Chi fa sport e lo assume, anche senza volerlo, rischia di risultare positivo al doping. La particolarità di questo caso è stata che le tracce di clostebol erano estremamente basse, nell’ordine di picogrammi , ma comunque sufficienti a risultare positive nei test di routine.
Perché il test è risultato positivo?
Secondo l’indagine condotta dall’Independent Tribunal, che, come si può notare dal nome, è un organismo indipendente, la presenza del clostebol nel corpo di Sinner non era dovuta a un uso deliberato della sostanza per migliorare le prestazioni, ma piuttosto a una contaminazione accidentale. Infatti, il fisioterapista di Sinner, per curare un taglio sulla propria mano, aveva usato un prodotto da banco contenente clostebol e poi massaggiato Sinner senza guanti: così, piccole quantità del composto passarono alla pelle dell’atleta. L’indagine ha concluso che non c’è stato “fault or negligence”, cioè responsabilità o negligenza significativa, da parte di Sinner, quindi inizialmente non è stata inflitta alcuna sanzione e il tennista è stato riammesso in competizione. Nonostante l’assoluzione da parte del tribunale sportivo indipendente, la World Anti-Doping Agency (WADA) sosteneva che fosse importante riaffermare il principio di “strict liability”, secondo cui un atleta è responsabile di tutto ciò che entra nel suo corpo, indipendentemente dalla volontarietà. Dopo negoziati tra le parti, è stato raggiunto un accordo di risoluzione del caso con la WADA. Sinner ha accettato una sospensione di tre mesi dalle competizioni, come misura di responsabilità oggettiva per un episodio che coinvolgeva i membri del suo team. Questo accordo ha posto fine alla questione senza ulteriore processo. La sanzione è stata applicata dal 9 febbraio al 4 maggio 2025, periodo in cui Sinner non poteva partecipare alle gare ufficiali. La vicenda ha scatenato discussioni intense nel mondo del tennis e dello sport in generale. Una delle critiche più diffuse riguarda come è stata gestita la vicenda dal punto di vista legale e mediatico. Alcuni commentatori sportivi e altri atleti hanno detto che la sentenza di assoluzione (senza colpa o negligenza) dell’ITIA è sembrata molto favorevole, soprattutto considerando che Sinner è uno dei migliori giocatori del mondo. Secondo queste voci, casi simili sarebbero trattati più severamente per atleti meno famosi. Alcuni fan e commentatori sui social hanno lamentato una mancanza di trasparenza nei dettagli della procedura, perché molte fasi non sono state rese pubbliche.
Il dibattito tecnico ruota attorno al principio antidoping del cosiddetto “strict liability”. Strict liability vuol dire che l’atleta è responsabile di tutto ciò che entra nel suo corpo, indipendentemente dall’intenzione. Alcuni esperti sostengono che, in base a questo principio, un atleta dovrebbe essere sanzionato anche senza voler doparsi se la sostanza proibita è presente. Tuttavia, nel caso di Sinner il tribunale ha ritenuto che la presenza minima di clostebol fosse dovuta a contaminazione accidentale dal fisioterapista, e quindi non ci fosse colpa o negligenza da parte sua. Questa interpretazione tecnica ha aperto dibattiti su quanto il sistema antidoping debba essere rigido o “umano”. Diversi tennisti e commentatori hanno espresso giudizi contrastanti. Novak Djokovic ha dichiarato pubblicamente che il caso “lo seguirà come una nuvola” e ha criticato la gestione percepita come poco chiara o incoerente rispetto ad altri casi. Alcuni giocatori, come Nick Kyrgios, hanno commentato ironicamente o con scetticismo, suggerendo che la vicenda abbia sollevato dubbi sulla correttezza delle regole e delle sanzioni. Altri invece hanno difeso Sinner o la decisione di accordarsi con la WADA su una sospensione breve (tre mesi), ritenendo che fosse una soluzione pragmatica considerando le circostanze.
Un altro nodo centrale del dibattito è stato l’accordo di risoluzione con la WADA, che ha portato Sinner ad accettare una sospensione di tre mesi. Alcuni critici hanno sostenuto che una squalifica così breve possa creare un precedente in cui atleti di alto profilo sembrano ottenere trattamenti più “leggeri” rispetto ad altri. La WADA ha spiegato la decisione come un modo per riconoscere la spiegazione di contaminazione accidentale, ma al tempo stesso ribadire il principio di responsabilità dell’atleta per l’entourage. Inoltre, il caso ha riacceso una discussione più ampia sul sistema antidoping in generale. Alcuni commentatori affermano che normative come “strict liability” sono troppo rigide per casi accidentali di contaminazione e suggeriscono la necessità di soglie di tolleranza più chiare per certe sostanze. Altri sostengono che la lotta contro il doping debba restare severa per mantenere l’integrità delle competizioni, ma con maggiore chiarezza nei criteri di giudizio e nella comunicazione pubblica.




