Il tifo nasce come espressione di passione, appartenenza e amore per una squadra. È colore sugli spalti, cori condivisi, emozioni collettive che trasformano una partita in un’esperienza unica. Eppure, in alcuni casi, questa passione degenera, trasformandosi in violenza e illegalità, tradendo lo spirito stesso dello sport.
È importante sottolineare che si tratta di una minoranza. La maggior parte dei tifosi vive lo stadio come luogo di aggregazione e condivisione. Tuttavia, esiste una parte ristretta che utilizza l’evento sportivo come pretesto per lo scontro, non per il gioco. In questi casi lo stadio smette di essere un’arena sportiva e diventa teatro di tensioni, aggressioni e atti vandalici.
Gli episodi di criminalità legati al tifo non danneggiano soltanto le persone coinvolte direttamente, ma colpiscono l’intero sistema sportivo. L’immagine delle squadre, delle città e delle competizioni viene compromessa, alimentando un clima di sfiducia e paura. Sponsorizzazioni, turismo sportivo e reputazione internazionale possono risentirne pesantemente.
Spesso dietro gli scontri non c’è il semplice “tifo acceso”, ma gruppi organizzati che nulla hanno a che fare con il vero sostegno alla squadra. Si tratta di realtà strutturate che sfruttano il contesto sportivo per affermare potere, controllo o interessi che esulano completamente dal gioco. In questi casi, lo sport diventa solo un pretesto.
Le conseguenze sono evidenti: la violenza allontana famiglie e giovani dagli stadi, trasformando luoghi che dovrebbero essere di festa in spazi percepiti come insicuri. Quando genitori e bambini rinunciano ad assistere a una partita per timore di disordini, significa che qualcosa si è rotto nel rapporto tra sport e società.
Anche le forze dell’ordine sono costrette a impiegare ingenti risorse per prevenire e gestire situazioni di rischio. Ogni partita considerata “a rischio” comporta un dispiegamento massiccio di uomini e mezzi, con costi economici e organizzativi rilevanti per la collettività.
Eppure il vero tifo è un’altra cosa. È sostegno incondizionato, rispetto per l’avversario, capacità di accettare una sconfitta e celebrare una vittoria senza umiliare nessuno. È fair play dentro e fuori dal campo. Recuperare questa dimensione significa riportare lo sport alla sua funzione originaria: unire, non dividere.
Combattere la criminalità negli stadi non è solo una questione di ordine pubblico, ma una scelta culturale. Significa tutelare lo sport e chi lo vive in modo sano, restituendo agli spalti la loro natura di spazio condiviso, sicuro e inclusivo. Solo così il tifo potrà tornare a essere ciò che dovrebbe sempre essere: una passione, non una minaccia.




