Il calcio italiano vive da anni una contraddizione evidente: da un lato una tradizione gloriosa, costruita su successi internazionali e su una cultura tattica riconosciuta in tutto il mondo; dall’altro, la crescente difficoltà nel lanciare e valorizzare giovani talenti. Il punto della situazione impone una riflessione profonda sul modello di sviluppo adottato dai nostri club e sul confronto, ormai inevitabile, con realtà come Francia e Spagna. Le critiche all’impostazione dei settori giovanili italiani non sono nuove, ma negli ultimi tempi si sono fatte più insistenti. Troppo spesso le academies sembrano orientate più al risultato immediato che alla crescita individuale del calciatore. L’obiettivo diventa vincere il campionato Primavera o ottenere buoni piazzamenti nei tornei giovanili, piuttosto che formare atleti completi, pronti al salto nel professionismo. In questo contesto, lo sviluppo tecnico e mentale del singolo rischia di passare in secondo piano rispetto alle esigenze di classifica.
Un altro nodo riguarda gli esordi tardivi nel calcio dei grandi. In Serie A non è raro vedere giovani promettenti che accumulano panchine su panchine prima di ottenere una vera opportunità. La diffidenza nei confronti dell’inesperienza pesa come un macigno: l’errore del giovane viene spesso giudicato con severità maggiore rispetto a quello del veterano. Il risultato è una scarsa fiducia strutturale nei confronti dei ragazzi cresciuti in casa, che faticano a trovare continuità e responsabilità.
Il confronto con l’estero evidenzia differenze significative. In Francia, la Ligue 1 è da anni un laboratorio di talenti: club come AS Monaco e Olympique Lione hanno costruito la propria identità puntando su esordi molto precoci e su una chiara progettualità tecnica. In Spagna, la La Liga valorizza sistematicamente i giovani, grazie a un sistema di formazione moderno e a una mentalità che considera l’inserimento graduale dei talenti un investimento, non un rischio. Basti pensare al lavoro storico del vivaio del FC Barcelona, che ha fatto scuola in tutta Europa. La differenza non è solo tecnica, ma culturale. In Francia e Spagna la programmazione è centrale: si accetta che un giovane possa sbagliare, si pianifica il suo percorso e lo si accompagna con pazienza. In Italia, invece, la pressione dei risultati immediati condiziona scelte e strategie. Allenatori e dirigenti, spesso legati a obiettivi di breve periodo, temono di rischiare e preferiscono affidarsi a profili più esperti. Questa paura di sbagliare finisce per soffocare l’innovazione. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Alcuni talenti si perdono per strada, altri cercano fortuna all’estero, dove trovano maggior fiducia e opportunità. Il sistema nel suo complesso ne risente: la competitività internazionale dei club italiani si è progressivamente ridotta e anche la nazionale fatica a rinnovarsi con continuità. Senza un ricambio generazionale solido e programmato, il movimento rischia di restare indietro rispetto alle grandi potenze calcistiche europee.
È evidente che serva un cambio di rotta. Non si tratta di rinnegare la tradizione tattica e culturale del calcio italiano, ma di aggiornarla. Investire davvero sui giovani significa ripensare i settori giovanili, formare allenatori specializzati nella crescita individuale, creare percorsi chiari verso la prima squadra e accettare una quota di rischio come parte integrante del processo. Solo così il calcio italiano potrà ritrovare slancio, identità e competitività, costruendo il proprio futuro sulle gambe e sull’entusiasmo delle nuove generazioni.




