Attualità
Il lavoro socio-sanitario delle unità mobili di LGNET3Roma
Parlare di immigrazione vuol dire spesso rimanere intrappolati in statistiche senza volto, eppure dietro quei numeri ci sono storie silenziose, fatte di partenze difficili, coraggio e rinascita che meritano di essere ascoltate
Redazione | 19 gennaio 2026
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LGNET3Roma è un progetto di Roma Capitale gestito da Arci Solidarietà che rafforza il sistema di accoglienza e integrazione socio-sanitaria delle persone migranti e rifugiate sul territorio romano. Questa è una rubrica di Mandragola Liceo classico Dante Alighieri di Roma, che racconta storie di persone migranti, per imparare a conoscere le persone e andare oltre gli stereotipi.

Grazia ha 30 anni ed è assistente sociale presso Arci Solidarietà. Opera all’interno di una delle quattro Unità Mobili del progetto LGNet3. Si occupa dell’area socio-sanitaria, ma il suo intervento va oltre questo ambito: supporta le persone, ad esempio, nell’assegnazione del medico di base o del pediatra, nel rilascio del codice STP (per stranieri temporaneamente presenti sul territorio), nella richiesta di residenza fittizia, nonché nell’orientamento lavorativo e abitativo. L’obiettivo è offrire un aiuto il più possibile completo, rispondendo ai diversi bisogni delle persone che incontrano.

Lavori a stretto contatto con le persone migranti nei contesti informali della città, attraverso le Unità Mobili: cosa significa incontrare le persone “fuori” dai servizi tradizionali e che tipo di relazione si costruisce in questi spazi?

Lavorare all'interno delle unità mobili, quindi in strada, vuol dire non stare in un contesto tradizionale, tendenzialmente si incontrano le persone nei luoghi che loro abitano e frequentano ogni giorno, si crea un rapporto di fiducia una relazione orizzontale per fare in modo che attraverso la fiducia tornino da noi per farsi aiutare e iniziare questo percorso di sostegno. È molto differente rispetto a una struttura prettamente istituzionale. 

Spesso si pensa che l’assistenza alle persone migranti sia fatta solo di emergenze: nella tua esperienza, quali sono invece i bisogni più ricorrenti e strutturali che emergono nel lavoro quotidiano?

Nel mio lavoro quotidiano le persone vengono con dei bisogni molto strutturati, quindi non si parla di emergenza. Ad esempio uno dei bisogni più ricorrenti e importanti è la dimensione documentale: il rinnovo, l'ottenimento del permesso di soggiorno. Cercare di far comprendere tutte queste procedure, che sono complesse e hanno tempi amministrativi lunghi, è difficile. Poi cerchiamo anche di risolvere l'accesso alla sanità, molte persone vanno nell'ufficio e trovano molti ostacoli anche quando si parla di iscrizione al sistema sanitario nazionale. Un altro aspetto fondamentale è dare la possibilità a queste persone di ottenere una residenza, che sia reale  fittizia, che dà la possibilità di sbloccare una serie di diritti che le persone non sanno neanche di avere a volte.

Nel tuo lavoro ti occupi di aspetti molto concreti, come l’accesso al medico di base, il codice STP o la residenza fittizia: perché questi strumenti, che sembrano burocratici, sono in realtà fondamentali per la dignità e l’autonomia delle persone?

Diciamo che senza queste cose, senza medico di baso e residenza, spesso le persone rimangono invisibili ai servizi e si finisce davvero in uno stato di emergenza.

C’è uno stereotipo sulle persone migranti che il tuo lavoro sul campo mette costantemente in crisi, soprattutto quando si parla di accesso ai servizi e diritti?

Si, ci sono tantissimi stereotipi. Lo stereotipo più diffuso a mio parere, e quello che sento più spesso, è che le persone migranti non vogliono integrarsi e non sono interessate ad accedere ai servizi e ai loro diritti. Il realtà stiamo parlando di persone che vogliono integrarsi e che sono venute qui per lavorare, per avere una vita migliore, per costruirsi qualcosa di concreto, ma poi poi si scontrano con i limiti burocratici, linguistici e organizzativi che comunque rendono l'accesso ai servizi molto più difficile. Oppure un altro stereotipo è che i diritti dei migranti siano automatici, in realtà molte persone sono escluse da tutti questi diritti, proprio perché non sanno di averli e in questo caso c'è bisogno di una persona che li accompagni e li renda consapevoli di cosa possono avere. 

Dal punto di vista socio-sanitario, quali sono le difficoltà più invisibili che le persone migranti affrontano nel sistema italiano, e che raramente trovano spazio nel dibattito pubblico?

A mio parere, una dimensione che raramente trova spazio nel dibattito pubblico, e che nel nostro lavoro quotidiano osserviamo spesso, è il carico psicologico, lo stress cronico legato all'incertezza di tutti questi aspetti. Dobbiamo ricordarci che spesso si tratta di persone che sono arrivate qui dopo viaggi molto lunghi e complessi, troppo spesso anche traumatici. Si trovano a vivere in questo contesto dove la gente è diversa rispetto a loro sole e senza una famiglia, senza una rete di amici che avevano nel loro paese di origine. Questo è un aspetto che raramente emerge, ma che condiziona la possibilità di integrazione e accessi ai servizi. 

Guardando alle storie che incontri ogni giorno, cosa pensi sia importante raccontare a chi ascolta questo podcast, in particolare agli studenti, per andare davvero oltre una visione semplificata della migrazione?

Io proverei a spiegare agli studenti che si stanno formando e stanno studiando che la migrazione non è mai mai una storia unica, non è una storia che si può semplificare. Dietro ogni percorso ci sono scelte, ci sono competenze, c'è tantissima resilienza, ma questo non trova spazio nel racconto che ci viene fatto della migrazione. Nel mio lavoro quotidiano incontro persone che non sono migranti, sono prima di tutto figli, lavoratori, studenti con dei progetti molto concreti. Quello che fa la differenza è ragionare usare il pensiero critico. 

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