“Di niente e di nessuno”: la recensione del romanzo di Dario Levantino
Dedicato ai giovani ribelli, che amano lo sport e la giustizia
Serena Mosso | 11 April 2019

Osservare, a marzo, gli studenti in marcia per il clima è stato un onore.

Riflettere insieme a loro, ogni aprile, sulla Resistenza e su cosa significhi resistere oggi è stimolante tutte le volte per noi della redazione di Zai.net.

Marzo e aprile del 2019 sono stati fatti della stessa materia di cui sono fatte la rabbia (quella sana), il riscatto, la ribellione.

Ma anche di voglia di confrontarsi, di crescere, di proteggere ciò che è bello nel mondo.

Cercavamo un libro da consigliare, che non parlasse per forza di clima o Resistenza, ma della passione che vediamo animare le nostre ragazze e i nostri ragazzi troppo spesso tacciati dai media di essere una generazione passiva.

Abbiamo scelto un romanzo che già dal titolo dichiara ciò di cui hanno paura gli studenti.

Di niente e di nessuno.

 

Rosario ha quindici anni e vive a Brancaccio, uno dei quartieri periferici e senza regole di Palermo. O meglio, con le sue regole dettate dai forti che decidono cosa puoi fare e cosa no, che se sei ancora piccolo o già uomo te lo dicono loro. Brancaccio è dove anche guardare le ragazze che passano per strada può essere pericoloso, un rito di iniziazione che viene concesso dai ragazzi grandi e se non te lo concedono e ci provi lo stesso sei morto. Rosario vive lì ma studia in una scuola della “Palermo bene”, perché il padre ci tiene. A scuola si sente escluso, “come un pezzo di pane duro in un piatto di ostriche. Ma a lui va bene lo stesso, perché anche gli eroi della mitologia erano degli emarginati. Quegli eroi che non avevano paura “di niente e di nessuno”, proprio come vuole essere lui.

Rosario porta il nome del nonno materno e da lui ha ereditato anche un grande talento di portiere. Inizia ad allenarsi come riserva della Virtus Brancaccio e lo sport gli apre il suo mondo fatto di disciplina, sacrificio, sudore e confronto – spesso spaventoso – con gli altri. Nelle docce, il primo incontro con i corpi dei coetanei e la vergogna di sentirsi ancora un ragazzino davanti alle presunte prodezze amorose degli altri; le risate del gruppo contro “quello nuovo” da prendere di mira; la consapevolezza del proprio talento, che genera invidia e può mettere nei guai.

Ma Rosario ha qualcosa più degli altri e del portiere titolare: la rabbia. E aspetta gli allenamenti e le partite con sagace agonismo, aspetta il suo momento, ascolta gli incitamenti e i fischi e la palla che corre sul campo, la tensione, il dolore del corpo, la ghiaia che rovina i pantaloncini quando ci si deve buttare a terra per parare i gol. Arriverà la sua occasione, la famosa quarta partita che gli varrà un naso rotto, la gloria, un nemico e una scoperta che avrebbe tanto voluto non fare.

 

Di niente e di nessuno è questo e molto altro. L’esordio letterario di Dario Levantino, pubblicato nel 2018 dalla Fazi Editore, non è solo una bella lettura per chi cerca romanzi sullo sport, sul calcio, sulla bellezza delle sfide con se stessi.

C’è un primo amore con una ragazza che sembra irraggiungibile, la clandestinità, un luogo segreto in cui provare al buio le scoperte dei grandi.

C’è una madre, che da ragazzina sognava un futuro nell’arte e nella moda, a cui è andata diversamente. E che ora racconta l’epica a Rosario, in siciliano. Quell’epica e quei miti greci in cui Rosario si rifugia quando crescere in periferia fa troppo male; quando Crono uccide il padre e il suo, di Rosario, si rivela essere un padre con troppi segreti che gli fanno rabbia; quando la madre diventa troppo remissiva e perde il rispetto di sé agli occhi del figlio. Quando tocca a Rosario stesso diventare adulto per tutti gli altri.

C’è dolore, c’è solitudine, c’è il sogno di un riscatto che non arriva. Il senso di predestinazione alla sconfitta che prende a volte chi viene dai quartieri poveri, la fatica di combattere contro la rassegnazione di un genitore, contro la violenza dei bulli. La paura di trasformarsi. Di ritrovarsi a fare il forte coi deboli e l’ubbidiente coi forti, rude.

Rosario è un talento, gioca a calcio e scrive poesie. Temi di vederlo scivolare via tra le pagine per perdersi. Levantino, in questo, gioca con te: davanti ai tuoi occhi leggerai momenti in cui ti sembrerà che Rosario sia destinato a un futuro di disillusione e sopraffazione, altri in cui la sua purezza e bontà parranno conservarsi uno spiraglio per non morire. Non si sa per quanto ancora.

Come salvarsi dalle “carezze dell’odio”? Ancora una volta Rosario si aggrappa a ciò che nel suo animo sognatore risuona di più: i miti greci che studia a scuola, in cui si riconosce e cerca risposte. Nella flebile speranza di quel mito in particolare, quello che inizia con un fulmine che spacca gli umani in tante metà che da quel momento inizieranno a cercarsi per sempre per ritornare intere.

Verso la fine, il colpo di scena che non ti aspetti. Che avevi solo subodorato, ma non considerato perché non credevi che la storia potesse spingersi a tanto. Eppure, dopo, tutto torna.

Rosario non sarà più un bambino. E giocherà la sua partita più importante. Una partita investita per lui dell’unica appartenenza che conosce e che rispetta: quella del sangue.

Questo è un romanzo per lettori che sanno trattare col dolore senza farsene sopraffare.

Ti piacerà se hai apprezzato Dogman di Matteo Garrone e se ami fare nottata. Perché se inizi a leggerlo prima di andare a letto – “giusto qualche pagina, dai” – ti ritroverai alle due e mezza di notte a scorrere febbrilmente le pagine fino a quando non sarai sicuro che andrà tutto bene per i personaggi, perché non sarai in grado di chiudere e provare a dormire se prima non avrai sciolto tutti i nodi. Per me è andata così.

 

Frasi e citazioni da Di niente e di nessuno:

“Dentro il silenzio riuscivo a sentire le onde arrabbiate del Tirreno, il suo muggito di pace.”

“Brancaccio mi ha insegnato una cosa sulla morte: anche se sei nato sbagliato, devi morire in pace.”

“I cani non leggono i colori, leggono i pensieri.”

“Che cosa si prova a morire?” “Si impara a vivere.”

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