Dante, perché la Commedia parla ancora di noi
I versi del Poeta risultano ostici ma necessari perché, a distanza di oltre 700 anni, continuano a parlare dell'umanità
Silvia Bruno | 6 April 2021

Quest’anno si celebra il settecentesimo anniversario della morte di Dante Alighieri, il poeta più studiato in Italia ma non sempre il più amato dagli studenti. Eppure, nonostante la complessità che spesso lo rende ostico, il Poeta continua a parlare a tutti. Dante ci insegna che l’uomo è un essere imperfetto che tende a commettere errori ma il suo animo verte sempre verso la felicità. Per questo si espone in prima persona facendoci vedere tutte le sue fragilità nelle quali chiunque può rispecchiarsi. E anche le tematiche dei suoi scritti, nonostante la notevole distanza cronologica, si riscontrano nell’attualità.

La passione incontrollata

Oggi come allora, l'uomo si trova nella condizione di amare perdutamente qualcuno senza curarsi delle conseguenze come nel caso di Paolo e Francesca che per un amore nato fortuitamente ma cresciuto e consolidato nel tempo, si sono fatti trasportare dall’impeto del desiderio contravvenendo alle regole sociali del buon costume e insieme hanno perso la vita. “…Noi leggiavamo un giorno per diletto di Lancillotto come amor lo strinse; … quando leggemmo il disiato riso essere basciato da cotanto amante… la bocca mi basciò tutto tremante. Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse [...]. Amor condusse noi ad una morte. Caina attende a chi a vita ci spense [...]. Amor, ch’a nullo amato amar perdona, mi prese del costui piacer sì forte, che, come vedi, ancor non m’abbandona…”. L’amore dei due amanti continuerà in eterno ad esistere nell’Inferno dantesco.

L'invidia

Un altro concetto che ricorre nella Commedia così come nella vita moderna è l’invidia. Invidiare deriva dal latino in video e significa guardare dentro l’altro senza guardare sé stessi. Proprio come accade a Guido del Duca nel quattordicesimo canto del Purgatorio: "Fu il sangue mio d’invidia sì riarso, che se veduto avesse uom farsi lieto, visto m’avresti di livore sparso…” . L’essere invidioso è una prerogativa del genere umano. Quante volte siamo invidiosi del successo degli altri, di chi ha saputo fare meglio di noi o di chi riceve attenzioni che pensiamo di meritare alla pari degli altri ma che non ci vengono date? Gli invidiosi nel Purgatorio sono condannati ad una pena che dovrebbe spingerli alla riflessione: hanno gli occhi cuciti con un filo di ferro, ogni anima si sorregge alla spalla dell’altra e sono simili ai ciechi che chiedono la carità fuori dalla chiesa facendo leva sulla compassione altrui. L’invidia è un sentimento che non ci permette di vedere in modo puro e onesto le emozioni positive degli altri. Colui che invidia cerca complicità e sostegno per non sentirsi in colpa e giustificare il proprio punto di vista.

La libertà

Nel canto sedicesimo del Purgatorio Dante per tramite di Marco Lombardo, indaga il concetto di libertà. Quando l’uomo è libero veramente? A che condizione si è liberi e cos’è in fondo la libertà? Marco Lombardo risponde così alla domanda di Dante: "A maggior forza e a miglior natura liberi soggiacete; e quella cria la mente in voi, che 'l ciel no ha in sua cura. Però, se 'l mondo presente disvia, in voi è la cagione, in voi si cheggia…”. Pur restando libero l’uomo è sottoposto ad una forza maggiore e ad una natura superiore a Dio stesso, quello stesso Dio che crea la mente ma non la comanda. Perciò se gli uomini si discostano dalla retta via la causa non è da imputare a Dio ma all’umana volontà. L'uomo può distinguere il bene dal male ed è capace di dominare i suoi atteggiamenti istintivi attraverso un costante controllo di sé. Marco Lombardo, parlando degli uomini, si serve dell'ossimoro “liberi soggiacete”, una contraddizione se si pensa di “sottomettere” qualcosa di libero. Dante, accostando questi termini, esprime esplicitamente la natura della libertà umana: l'uomo è libero non perché non si dà regole ma perché si sottopone volontariamente alla libertà stessa.

In conclusione, Dante non è da ritenere solamente un poeta ma anche come colui che ha cercato di spiegare concetti ricorrenti nella sua epoca e costanti ad oggi nelle domande che si pone l’uomo.

 

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