Attualità
Generazione Z contro la repressione: l’Iran grida alla rivoluzione
Quella in Iran è più di una protesta, è una rivoluzione che parte dai giovani
Michele Sbizzera e Arnela Blindo | 8 febbraio 2026
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Il regime iraniano non è mai stato così duramente contestato: migliaia di persone protestano contro un governo da anni autoritario, illiberale e accusato di malgoverno, che sta rispondendo con una delle repressioni più sanguinose della storia recente.

Quella a cui stiamo assistendo è la conseguenza di una crisi economica e sociale sviluppatasi sin dall'inizio della Rivoluzione Islamica del ‘79. La repressione dei diritti civili e delle libertà dei cittadini, in particolare delle donne, imposta dalla Repubblica islamica degli Ayatollah, ha generato un crescente malcontento nella popolazione. E la crisi economica ha fatto traboccare il vaso dopo l’imposizione di pesanti dazi da parte dell’America e dei paesi europei: il valore del riyal (la valuta iraniana) è crollato, distruggendo il mercato interno di uno Stato già storicamente isolato sul piano economico e geopolitico. L’inflazione ha raggiunto vette altissime alla fine dello scorso dicembre, facendo infuriare la popolazione: le proteste sono infatti partite dai piccoli commercianti dei bazar, tra i pilastri dell’economica e della politica della Repubblica Islamica.

Spinto dalla fame e dalla mancanza di prospettive sul piano economico, il popolo iraniano ha dato vita a proteste di piazza anti-regime a partire dal 28 dicembre. E quando si parla di popolo iraniano, si parla soprattutto di giovani, considerato che l’età media del Paese è di 30 anni. Si tratta delle manifestazioni più partecipate dal 2022, quando nacquero le proteste denominate “Donna, vita, libertà”, a seguito della morte, mentre era nelle mani della polizia, di una giovane ventiduenne iraniana, Mahsa Jina Amini, arrestata perché indossava il velo in modo scorretto.

La repressione voluta dal governo si sta dimostrando brutale. L’attuale leader statale ali-Khamenei può contare su tre organizzazioni armate per disgregare i movimenti: la polizia regolare (NAJA/FARAJA) che si occupa del mantenimento dell’ordine nel quotidiano; le milizie bassij, militari in borghese che, se necessario, si infiltrano nelle proteste per individuare bersagli strategici, organizzano squadre di picchiatori in motocicletta che seminano il terrore per le strade e supervisionano le università, spesso culle dei movimenti di rivolta; infine i Guardiani della rivoluzione, un esercito parallelo a quello regolare, creato dal Grande Ayatollah Khomein, capo spirituale e politico dell'Iran dal 1979 al 1989, che tra i suoi svariati compiti conta la repressione del dissenso interno al Paese. 

Le tattiche per sedare le rivolte comprendono anche l’utilizzo di armi da fuoco e di strumenti non letali, come fucili a pompa caricati con pallini da caccia, pallottole di gomma e armi da paintball (importate da aziende canadesi e USA come “materiale sportivo”) per marcare i bersagli e arrestarli in un secondo momento. Le stime di morti causate dalla risposta armata sono considerevoli: secondo la HRANA, l’agenzia di notizie affiliata all’iraniana organizzazione Human Rights Activists, sono circa 5000 le morti accertate durante le oltre 600 proteste tenutesi in tutte le 31 province iraniane, ma secondo molte Ong locali si parla di migliaia di vittime.

Tuttavia i dati sono difficili da verificare e le testimonianze dirette scarsissime a causa del blocco di internet. Il blackout, imposto dal governo a partire dall’8 gennaio, impedisce lo scambio di informazioni con l’esterno e all’interno del territorio; l’obiettivo è duplice: da un lato nascondere la brutalità delle violenze attuate, dall’altro impedire l’organizzazione su larga scala delle manifestazioni, mantenendole così più deboli. Nonostante la frammentazione delle voci, il popolo in rivolta si dimostra unito nell’intolleranza verso il regime: la privazione delle libertà, la repressione militare e la crisi economica prolungata oscurano il futuro di milioni di giovani iraniani. Stanchi di una teocrazia soffocante e oscurantista, con fermezza e determinazione, sono le donne e i giovani della Generazione Z a condurre queste proteste senza precedenti che, nonostante il costo in termini di vite umane, non sembrano destinate ad arrestarsi sino a quando non provocheranno una vera rivoluzione politica e sociale nel Paese.

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