Attualità
8 generazioni, tutte insieme appassionatamente?
Per la prima volta nella Storia a convivere sul Pianeta le generazioni sono 8. Il tempo, soprattutto italiano, non è più una linea dritta, ma una geometria disordinata di età e obiettivi. Tutti vivono lo stesso presente, tuttavia per coesistere non basta la demografia
Asia Vicentino | 13 aprile 2026
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Un bisnonno registrato all’anagrafe negli anni ’20 sta tenendo molto probabilmente in braccio la sua pronipote nata a gennaio del 2026. Questa non è la trama del sequel del “L’uomo bicentenario” ma la nostra realtà: in questo lungo istante stanno convivendo 8 generazioni di umani, la cui copresenza sulla Terra richiede misure che vanno oltre la quotidiana e macchiettistica classificazione. Le etichette? Si parte con i Founder, nati all’inizio dello scorso secolo; i Silent, della ricostruzione e rinascita dopo la guerra; Baby Boomer, Gen X, Millenial e Gen Z; per arrivare ad Alpha e Beta, le e i nati con l’IA.

Tutti nello stesso presente

Il bisnonno e la pronipote stanno vivendo lo stesso mondo? L’una non sarà mai in grado di capire che realtà era quella dell’altro, mentre a lui fin troppo si chiede di comprendere un presente che è stato troppi anni diversi. Ne “Il tempo delle generazioni” di Isabella Pierantoni, la vita diacronica e lineare che ci aspettiamo viene presentata come un gomitolo, una matassa informe. La scrittrice è una sociologa e Futurist, e il suo saggio fa riflettere, tra sociologia, economia, empatia e pedagogia civile, sulla nuova frontiera della demografia, una scienza che ora come ora non può più essere fredda statistica, ma una grammatica dei destini. Nella corrente coabitazione generazionale, il flusso del tempo non è più scritto e invariabile, ma è in continua evoluzione e alterazione, perché la diversità di età è solo un vantaggio. Tassi di natalità e piramidi demografiche sono prima di tutto storie, possibili romanzi, in cui ogni generazione viene analizzata e campionata e ha una voce narrante collettiva. Tra i Founder, Pierantoni dà voce a Rosa, che è nata nel 1923, in un paese della campagna del centro Italia e per lei è incredibile che la nipote esca di sera da sola, era inimmaginabile ai suoi tempi. Ripensa così a quello che ha fatto: “è servito a qualcosa, è stata dura ma oggi è sicuramente meglio”. Le generazioni che ci seguono sono il presente in cui Rosa e chi come lei, hanno combattuto per migliorare il mondo. Tuttavia, la realtà non è sempre così pacifica. Il conflitto latente ma non dichiarato tra Boomer e Millenial ne è una prova. I dominanti, ingombranti economicamente e numericamente, continuano a esistere nella vita dei dominati ma, come ricorda Pierantoni, le generazioni non sono gabbie ma contesti: non determinano, orientano; non recludono ma condizionano. Così la prospettiva generazionale non spiega tutto ma “offre una chiave ulteriore per intercettare le logiche e i processi che trasformano i modelli sociali, le relazioni e il lavoro, gli equilibri politici e l’immaginario collettivo”.

Tra amarcord e nuove potenzialità

In “The face of the Century”, il fotografo Julian Germain ha mostrato il ciclo della vita presente: 101 ritratti, da un neonato a un centenario, e questo non è una catastrofe ma un’occasione per costruire una nuova empatia. Niente apocalisse: l’assenza del ricambio di lavoratori, il calo della popolazione, l’aumento vertiginoso dei grandi adulti e degli anziani e la contrazione della forza lavoro creano un nuovo spazio, non una fine insostenibile. “Un futuro più piccolo ma non necessariamente più povero” dice Pierantoni. Le otto generazioni devono far pensare a nuovi modelli di sviluppo, welfare e lavoro perché ognuno ha il suo valore potenziale, generazionale e individuale. Alla demografia si deve aggiungere empatia intergenerazionale, in cui mettersi nel gioco dialettico delle generazioni è la forma contemporanea dell’alfabetizzazione storica e civile. In un’Italia di passatismi e feticismi per l’antico, bisogna restituire senso e valore al presente perché “nessuna generazione può farcela da sola”. La convivenza fa credere nel futuro, fa rivivere i passati e i presenti di lotte e battaglie. Non bisogna sentirsi superati, spettatori passivi, ma bisogna immergersi nella valorizzazione della diversità.

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