Attualità
Remigrare: un lessico di cui non avevamo bisogno
Il 23 aprile si tiene a Milano la manifestazione de “I patrioti per l’Europa”. Tra i temi: democrazia, Italia, lavoro, migrazioni e tanto ma tanto grottesco
Asia Vicentino | 10 maggio 2026
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Il Ministro dei trasporti Matteo Salvini apre il comizio, tenutosi il 23 aprile in piazza Duomo, ricordando la morte di Giacomo Bongiorni, l’uomo ucciso a calci e pugni a Massa Carrara dopo una lite con un gruppo di ragazzi. Passa poi a Umberto Bossi, in un omaggio per “costruire un ponte di continuità con il passato”, e chiude con Viktor Orban “amico e patriota”. Se un tempo queste scenate sarebbero sembrate solo grottesche provocazioni xenofobe, oggi vengono presentate come proposte politiche razionali.

Salvini polemizza con la sinistra, i centri sociali, il PD, i non cristiani, con la migrazione criminale e con l’Europa che non tutela i raccolti, i terreni, le Nazioni: il solito copione. Tutti recitano “fuori dall’Europa” ma il palco è tetro perché su quella piazza, a una settimana di distanza, si tiene un’altra manifestazione: il 25 aprile. Il comizio di Salvini nasce come “Remigration” ma è diventata “Non ho paura” a seguito del fallimento ungherese e dello sfilarsi di Vannacci. Gli ospiti internazionali vengono presentati su schermi al plasmo con voce che ricorda 1984 e uno sfondo di musica dance che incita: “Patrioti a casa nostra noi”. I patrioti sono: Santiago Abascal di Vox, Jordan Bardella, Afroditi Latinopoulou da Atene e, assenti, ma connessi Marine Le Pen e Orban. Gli interventi si susseguono spediti e la retorica è quella cui siamo abituati: baluardi della Cristianità da recuperare, difensori della Fede da elogiare, protettori della Nazione da proteggere. Questo tipo di comunicazione politica è ormai all’ordine del giorno, essendo diventata quella dominante nel linguaggio delle destre, di tutto il mondo occidentale. Ciò che prima si inscriveva nella cornice del grottesco, oggi non lo è più. Al momento si possono dire, e le sentiamo quotidianamente, le frasi peggiori, le più violente senza che vengano prese per iperboli o grossolane provocazioni, ma valutate come legittime proposte politiche. Il meccanismo si fonda sulla stabilizzazione dell’immaginario di bianchezza, cristianità, famiglia tradizionale, trattori e comunità omogenee che usano mezzi apotropaici per contrastare la crisi del presente, fatta di impoverimento, insicurezza sociale e scenari di conflitto globale caricati da paura. La tradizione la sentiamo inneggiare come fosse una litania, un orizzonte di senso e tutte le trasformazioni sociali come anche i successi vengono relegate a declino, in primis la migrazione. Gli argomenti razionali come la crisi della natalità, la fisiologica mobilità umana e la risoluzione del problema pensionistico, non bastano per opporre questi discorsi: se il futuro è incerto, rifugiarsi nel passato è sicuramente più rassicurante. Il bestseller di Vannacci si chiama “Il mondo al contrario” e non a caso, il passato evocato, che per definizione non può tornare, e che assume i contorni di fantasia presentata come verità, diventa lo strumento di rottura con l’oggi, attraverso un neologismo introdotto nell’enciclopedia Treccani nel 2025: remigrazione.

La Neolingua

Il termine esiste da tempo, nel lessico delle scienze sociali e negli innesti politici in Francia e in Belgio a fine anni novanta. Indica il ritorno dei migranti nel paese d’origine, spesso all’interno di traiettorie di mobilità circolare. Nel discorso contemporaneo la remigrazione viene costruita come soluzione, eugenetica però. Il saggista Marco Brando nel suo pezzo per Treccani l’ha definita “una spranga lessicale”. Annalisa Camilli l’ha chiamata “un cavallo di Troia per parlare di deportazione”. Nel discorso pubblico italiano a partire dal 2024 il generale Roberto Vannacci ha portato il termine con prepotenza. Accanto a lui, Martin Sellner pubblica per la controversa casa editrice “Passaggio nel bosco” “Remigrazione. Una proposta” e vale sicuramente come testo valido per capire come il termine è stato manipolato e risemantizzato nel senso di un rebranding di “deportazione”. Il linguaggio piano della teoria sociale è stato sfruttato per riportare l’indicibile nel dicibile. Nel volumetto di Sellner, il registro è costantemente orientato a produrre un effetto persuasivo e razionale. I passaggi si aprono sempre con formule che mirano a disinnescare l’accusa di ideologia: “sgombrando il campo da ogni dogma”, “se si usasse la ragione”, “facendo piazza pulita della propaganda”. L’autore viene sempre collocato in uno spazio di apparente oggettività, come se il suo fosse il risultato di un’inevitabile analisi lucida. In questa cornice, l’immigrazione di massa diventa un sistema, un meccanismo dotato di una propria logica interna che sfrutta i più deboli, che abbassa i salari, che destabilizza gli Stati e che annulla le culture. Su questa base si costruisce l’inversione centrale: la vera deportazione, il vero razzismo, la vera schiavitù, non sarebbero nelle politiche di espulsione, ma nell’immigrazione stessa. Si rovescia l’intero quadro normativo e morale entro cui il fenomeno migratorio è stato discusso negli ultimi decenni. Se la violenza è insita nella mobilità, allora la sua interruzione significa forma di tutela. La remigrazione diventa la risposta “sensata”, “razionale” a un meccanismo di morte.

Scrive Sellner: “In realtà, però, quella della remigrazione è una proposta responsabile, rispettosa, civile. Non è basata sul disprezzo del diverso, ma semmai sulla sua valorizzazione. È la risposta sensata al meccanismo mortifero dell’immigrazione di massa che ancora continua a mietere vittime tanto fra i migranti quanto fra gli autoctoni europei”. Poi costruisce un quadro teorico in cui omogeneità, fiducia e coesione sociale sono strettamente legate. La “high trust society” serve per sostenere come la diversità etnica non sia una risorsa ma un “white’s man burden”. A questo si aggiungono concatenazioni di falsi nessi casuali: immigrazione è criminalità, presenza musulmana è terrorismo, crescita demografica è insicurezza, tutte presentate come evidenze, mai ipotesi. Qualche pagina dopo l’autore afferma: “Se si usasse la ragione, se si facesse con lucidità piazza pulita di ogni propaganda, si comprenderebbe che la vera schiavitù, la vera deportazione e il vero razzismo risiedono tutti nel sistema dell’immigrazione di massa. Un sistema che uccide i popoli, che crea un esercito industriale di riserva per abbassare i salari, che serve a destabilizzare gli Stati e a annullare le culture.”

La razionalità alternativa

La remigrazione si configura come una forma di razionalità alternativa e non sorprende, allora, che i discorsi politici che si sviluppano attorno a questi temi riprendano e amplifichino questi elementi. La dinamica morale è la stessa: da un lato chi protegge, cura, difende i propri; dall’altro una minaccia indistinta, de-individualizzata, che occupa gli spazi pubblici, che molesta le donne, che non rispetta i corpi e che ruba lavoro e case. Il lessico di Sellner è costruito sulla degradazione e lo sminuire, parla di “processo di snaturamento”, “inforestierimento della Germania” e la natura tribale dell’altro viene affermata con parole come clan, tribù, foresta e con del buon vecchio orientalismo. Seller era stato uno dei relatori di spicco del “Remigration summit”, svoltosi nel maggio scorso al teatro Condominio di Gallarate, con biglietto e prenotazione, per esplicitare il senso dell’espressione remigrazione senza giri di parole, cosa che gli organizzatori della manifestazione del 23 hanno celato, parafrasando lo slogan in “senza paura”. La nebbia lessicale non ha intaccato i punti di contatto tra le due manifestazioni, e il concetto centrale era pur sempre “patrioti a casa nostra”, e l’insistenza sui temi della cristianità, della nazione, e della famiglia. La costanza con cui si ripetono alcune immagini – la notte, la paura, il ritorno a casa – e la contrapposizione di esse con il nitore di una “luce che brilla” (quella dei patrioti), produce un immaginario di continuo pericolo e salvezza. La manifestazione è stata un mezzo fiasco, che sia per la scarsa partecipazione data dalle lotte intestine tra Salvini e Fratelli d’Italia, che sia per la posizione circa il decreto 41 bis da votare alla Camera. La dinamica però si inserisce in una tendenza più larga, in cui i diritti delle persone migranti diventano banco di prova per modelli politici. Il punto non sembra più essere ciò che si dice sui migranti ma ciò che, con i migranti, è possibile dire e fare sul diritto, sulle istituzioni, sulla cultura e il linguaggio. Le parole d’ordine sembrano le stesse, quasi fossimo su un piano inclinato in cui rimane ferma solo la rassicurante presenza della tradizione, e noi nel mentre accettiamo quotidianamente l’inaccettabile.

Pierre Bourdieu affermava che “Non apprendiamo mai il linguaggio senza apprendere, nello stesso tempo, le condizioni di accettabilità del linguaggio. Impariamo inseparabilmente a parlare e a valutare in anticipo il prezzo che il nostro linguaggio riceverà”. Il presso della parola remigrazione? La normalizzazione di ciò che fino a poco tempo fa si travestiva ancora da provocazione con gli indicibili ma detti processi di nominazione. 

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