Attualità
Ansia: i giovani stanno soffrendo
Lo studio di Jean M. Twenge ha evidenziato un aumento del disagio psicologico negli adolescenti di oggi rispetto a 70 anni fa, ma i media hanno manipolato la notizia: facciamo chiarezza
Asia Vicentino | 30 aprile 2026
Stampa

Nell’ultima settima sui social e su alcuni siti di informazione è circolata la notizia secondo cui “gli studenti dei licei di oggi hanno livelli di ansia paragonabili a quelli dei pazienti ricoverati nei manicomi degli anni ‘50”. L’affermazione è toccante, ed è così diventata virale in pochissimo tempo, ma gioca con la nostra sensibilità, più che dirci la verità. Gli studenti e le studentesse stanno male, questo è indubbio, le cause tuttavia sono diverse: i giovani hanno maggiore pressione sociale, aspettative sempre più elevate e un legame accanito tra identità e performance.

Lo studio di J.M. Twenge

L’informazione è il risultato di una semplificazione furba dello studio pubblicato dalla psicologa J.M. Twenge, una meta-analisi da cui emerge che il disagio psicologico auto-riferito tra le due categorie di pazienti è paragonabile. I fattori socio-culturali sono cambiati molto negli ultimi decenni, e non è possibile confrontare direttamente la presenza di disturbi mentali tra le studentesse e gli studenti di oggi e i ricoverati psichiatrici degli anni ’50. Il fatto sussiste, ansia e depressione tra i giovanissimi sono in costante aumento, come i dati dell’OMS confermano. Lo studio della dottoressa è intitolato Birth Cohort Increases in Psychopathology Among Young Americans: A cros-temporal meta-analysis of the MMPI e qui Twenge non indaga genericamente “ansia” ma utilizza indirettamente i risultati del test MMPI-Minnesota Multiphasic Personality Inventory, tutt’oggi preso in causa per valutare diversi aspetti psicopatologici. Dire che si tratta di una meta-analisi cross-temporale suggerisce che: i risultati dell’MMPI, raccolti in diversi decenni- dagli anni ’50 agli anni ’90- su giovani studenti americani che frequentano l’università, vengono confrontati. Lo scopo è capire come cambiano i tratti psicologici nel tempo. I risultati sono netti: i punteggi medi nelle scale MMPI legate a disagi psicologici, quali ansia, depressione e instabilità emotiva, sono aumentati significativamente nelle generazioni più recenti. I passaggi in questione: i giovani degli anni più recenti ottengono punteggi più elevati su diverse scale cliniche; in taluni casi, questi punteggi sono adiacenti a quelli che negli anni ’50 erano tipici di campioni clinici. Qui, probabilmente, il fraintendimento e il confronto superficiale ma d’effetto con i pazienti psichiatrici/i pazienti da manicomio.

La manipolazione della notizia

I media hanno iperbolizzato l’interpretazione dello studio rigoroso di Twenge. Qui non si afferma che “gli adolescenti soffrano di disturbi mentali gravi quanto i pazienti dei manicomi”, né che esista un’equivalenza clinica tra le due popolazioni. Per di più davanti alla notizia si deve tenere a mente che: l’MMPI misura tratti e sintoni ma non costituisce una diagnosi, il test rileva la presenza di manifestazioni sintomatologiche e tendenze psicologiche, ma non si può equiparare a una diagnosi psichiatrica. Dunque, all’aumento dei punteggi corrisponde un maggior livello medio di disagio percepito o riportato, ma non si può dire che una quota equivalente di giovanissimi soffra di disturbi mentali clinicamente definiti, per quanto anche la definizione clinica sia sempre complessa. In secondo luogo, i contesti culturali mutano le loro forme: negli anni ’50 al liceo accedeva una fascia più ristretta della popolazione, e interpretare i punteggi medi tra epoche diverse può essere fuorviante, giacché i gruppi sociali sono diversi. L’ansia, per di più, non è definita e interpretata statisticamente: quello che noi consideriamo ansia non coincide necessariamente con ciò che veniva percepito e riconosciuto come tale precedentemente. Ultimo aspetto, oggi la stigmatizzazione del disagio psicologico è minore. Anzi, il linguaggio della salute mentale è uno dei “lessici familiaricontemporanei, talvolta estremizzato. Gli individui sono più propensi ad ammettere e autoassegnarsi sintomi e patologie psichiche nei questionari, contribuendo all’aumento dei punteggi.

Un disagio non sottovalutabile 

Esiste però un quadro del disagio psicologico in aumento e quello su cui Twenge si concentra, ma i media no, è il fatto che, diversamente dal 1938 -anno dello studio- le pressioni esterne sono cambiate. Questo aumento generazionale di ansia e depressione appare correlato a uno spostamento delle priorità dei giovani verso fattori esterni: il possesso di beni materiali e il giudizio altrui. I punteggi più alti sono quelli legati alla performance e al contesto accademico, che se comparato agli anni ’50 può essere fuorviante. Completare interamente il percorso di studi era meno diffuso e così l’istruzione meno competitiva e meno determinante per la costruzione dell’identità individuale e del futuro lavorativo rispetto a oggi. Un altro fattore è l’aumento e la diffusione tra i giovani della convinzione di non essere in grado, non essere abbastanza bravi ad indirizzare il proprio futuro. Secondo l’OMS 1 adolescente su 7 soffre di un disturbo mentale e il disturbo d’ansia risulta tra i più diffusi. Guardando all’intero arco di vita, i numeri diventato ancora più significativi: 1 giovane su 3 sperimenta almeno una forma di disturbo d’ansia. Il 5.3% delle e dei giovani riceve una diagnosi di disturbo d’ansia e il 30% ha avuto un’esperienza di ansia clinicamente rilevante nel corso della vita. Nel caso italiano, in occasione del quattordicesimo Congresso Nazionale della Società Italiana di Psichiatria, è stato stimato che oltre 700mila giovani soffrono di disturbi come ansia e depressione, e oltre il 74% di loro lo sperimenta entro i 24 anni. Aprendo il quadro fuori dalle diagnosi cliniche, la metà dei giovani italiani dichiara di aver sperimentato sintomatologia ansiosa o disagio psichico, soprattutto dopo la pandemia. Se i media hanno semplificato in modo astuto ma fuorviante lo studio di Twenge, dall’altro però ci hanno fatto conoscere un’analisi del chiaro aumento della sintomatologia psicologica ansiosa e depressiva in significativo aumento. Incremento che non spiega una sola causa ma varie trasformazioni profonde del tessuto sociale: la maggiore pressione sulla performance, aspettative sempre più elevate e diffuse, e un’identificazione quasi totale tra valore personale e successo lavorativo, accademico, scolastico e relazionale. Così, l’ansia del contemporaneo non è un sintomo individuale ma un vero e proprio modello culturale basato sull’assunto di chiedere ai giovani di essere costantemente all’altezza se non, addirittura, meglio. Non è la generazione che è patologica, ma è il modello di vita a esserlo: sempre al limite tra possibile e impossibile, meglio se con un piede nello straordinario.

Commenta questo articolo