La musica non c'è
Il grido inascoltato di chi “ci fa tanto divertire”
Francesco Zago, | 18 June 2020

PMI è l’associazione che raccoglie i produttori musicali indipendenti italiani. Ricopre una parte minore all’interno del settore rispetto alle multinazionali (il 25%), ma le etichette indipendenti, in quanto tali, possono avvalersi di un margine decisionale molto maggiore, se confrontato con quello delle filiere locali delle grandi aziende internazionali. Possono scegliere se, quando e su cosa investire. Eppure è un settore che soffre, senza ricevere risposte.

Il dialogo (a vostro avviso costante) con le istituzioni è inficiato dall’indipendenza?

Dovrebbe essere proprio il contrario. Noi rappresentiamo solo le aziende italiane, mentre le multinazionali hanno filiere nei diversi Stati. Dovremmo essere aiutati dalle istituzioni.

In Italia la musica è percepita come componente della cultura o è messa un po’ in secondo piano?

La musica è da sempre stata considerata la “Cenerentola” delle arti e purtroppo questo è dovuto al fatto che noi, all’interno del comparto cultura, abbiamo dei fatturati che non sono paragonabili con quelli della manifattura, della metallurgia o della moda. Abbiamo fatturati molto più piccoli pur avendo una straordinaria visibilità. In Italia poi c’è un vero e proprio retaggio storico: la cultura in questo Paese è sempre stata considerata molto poco o vista come “alta”. La musica è del tutto marginale per molti, basti pensare al Presidente del Consiglio che ha definito gli artisti alla stregua di giullari “che ci fanno ridere” (“Gli artisti ci fanno divertire” n.d.r.). E questo ti dà la dimensione di come sia valutata la musica: in modo assolutamente riduttivo. Ma dietro agli artisti c’è un mondo di persone che lavorano a partita IVA. Il discorso è semplice: gli artisti incassano soldi se e quando qualcuno li paga. E a pagarli siamo noi.

Le tutele per chi lavora nel settore ci sono state?

Non c’è stato interesse. Quando abbiamo chiesto direttamente al Ministero di convocarci per spiegare le nostre motivazioni, ci hanno convocato per una call online e il giorno prima ce l’hanno annullata. Non abbiamo potuto neanche spiegare le nostre motivazioni. La musica “leggera” ha attraversato anche negli anni precedenti fasi drammatiche, soprattutto per quanto riguarda le aziende italiane ed indipendenti. Certamente alcune aziende saranno costrette a chiudere come tanti ristoranti e bar. Alcuni artisti e musicisti si ricicleranno, come è già successo, andando a fare le consegne a domicilio per tirare avanti.

Quali saranno le conseguenze?

La qualità della musica rischia di abbassarsi: quando mancano i soldi, invece di andare in studio si registra a casa; oppure si chiama un musicista meno bravo; o ancora si risparmia tempo per arrangiare un pezzo. La musica non finirà, però molto probabilmente peggiorerà, a discapito sia di chi l’ascolta sia di chi la produce. Questo perché non è considerata alla stregua di tutte le altre arti dal punto di vista culturale.

Ma la cultura ricopre una porzione più importante del PIL nazionale…

E bisogna anche considerare che i settori turismo e cultura sono strettamente connessi; insieme formano il 13% del PIL, all’interno del quale figura anche la musica, pur con incidenza minore rispetto al turismo. A livello culturale, d’estate è sicuramente la musica a fare “la parte del leone”: ci sono i concerti live, le feste, i locali... mentre il cinema è praticamente chiuso. In inverno la situazione si capovolge, ma i contenuti culturali cui si può accedere nel complesso restano tantissimi. In Italia si fatica a capire cosa siano questi contenuti culturali, tra i quali figura anche la musica. E gli artisti che si esibiscono oggi non sono un semplice retaggio storico di qualcosa che ci è stato tramandato. sono parte attiva della società. Quindi il problema è in buona parte culturale.

Voi avete aderito alla roadmap di IMPALA (i dieci punti per il recupero del settore musicale in seguito alla pandemia); qual è stato il riscontro ricevuto?

Abbiamo aderito ai dieci punti di IMPALA perché crediamo fortemente in quei punti e se arriva dall’estero una pressione sulle istituzioni forse verremo ascoltati. Attualmente non c’è stato ascolto in nessuno dei tre decreti. La discografia è stata equiparata a qualunque altro tipo di azienda di qualunque altro settore merceologico, ma il forte calo del fatturato (fino ed oltre il 60%) proseguirà anche nel 2021: se non riparte il mercato del live non abbiamo modo di risolverlo.

Eppure è un mondo che si è mosso subito, penso ad iniziative come La Musica che Gira. Noi fruitori di musica cosa possiamo fare?

Dobbiamo poter contare contemporaneamente su più voci: lo streaming, i diritti connessi, la vendita del fisico, i live e le sponsorizzazioni. Se non ci sono tutte e cinque queste voci, un’artista non guadagna e la stessa casa discografica non ne trae guadagno. Al momento, tutte sono state tagliate fuori tranne lo streaming, che tra l’altro vive fondamentalmente di free, perché soltanto il 25% è premium (Spotify, n.d.r.). Dipende quindi dalla raccolta pubblicitaria, che si è abbassata moltissimo durante questi mesi. Il fruitore non può fare altro che continuare ad ascoltare e a comprare la musica, magari interessandosi anche alla sua condizione.

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