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In Europa si protesta contro i data center: i costi dell’IA
L'AI promette di cambiare il nostro futuro, ma per funzionare ha bisogno di enormi quantità di energia e acqua. Il 6 e 7 novembre più di cento organizzazioni europee scendono in piazza per contestare la costruzione dei grandi data center
Camilla Fioretto | 5 novembre 2026
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Rivolgersi a Gemini o ChatGPT per ricevere risposte sugli argomenti più vari è un'operazione che è ormai entrata nella quotidianità per milioni di persone, soprattutto tra i più giovani, che utilizzano l'intelligenza artificiale per studiare, lavorare o semplicemente soddisfare una curiosità. Dietro quella risposta apparentemente immateriale si nasconde, però, un'infrastruttura molto concreta, fatta di server, computer e sistemi di raffreddamento che consumano enormi quantità di risorse. Ed è proprio contro l'espansione di queste strutture che il 6 e 7 Novembre si mobiliteranno oltre cento organizzazioni in quindici Paesi europei, nell'ambito della campagna Stop Dirty Data Centres.

Le manifestazioni, organizzate da associazioni ambientaliste, gruppi per i diritti digitali e comitati di cittadini, chiedono una moratoria sulla costruzione dei grandi data center, almeno fino a quando non saranno valutati adeguatamente i loro effetti ambientali e sociali. Tra le preoccupazioni ci sono l'aumento dei consumi energetici, lo sfruttamento delle risorse idriche, le emissioni e la pressione sulle infrastrutture locali. Una questione che riguarda da vicino anche il futuro delle nuove generazioni, destinatarie di una rivoluzione tecnologica i cui costi rischiano di diventare sempre più difficili da sostenere.

Che cosa succede dietro una risposta dell'AI?

Se è vero che molti utilizzano l’intelligenza artificiale nella vita di tutti i giorni, non tutti quelli che la utilizzano sono consapevoli del suo funzionamento e per capire le ragioni della protesta bisogna partire proprio da quello. I modelli generativi, come ChatGPT, vengono addestrati attraverso enormi quantità di testi, immagini e altri contenuti, dai quali imparano a riconoscere schemi e relazioni. Quando ricevono una domanda, utilizzano quanto appreso per elaborare una risposta, calcolando quale sequenza di parole sia più probabile produrre. Questa operazione, chiamata inferenza, richiede una notevole capacità di calcolo.

Tutto questo avviene all'interno dei data center, strutture che ospitano migliaia di server e processori specializzati, che devono rimanere operative continuamente e che producono grandi quantità di calore. Per evitare il surriscaldamento, hanno bisogno di sistemi di raffreddamento che, a seconda della tecnologia utilizzata, possono richiedere anche ingenti quantità di acqua.

Secondo l'Agenzia internazionale dell'energia (IEA), nel 2025 i data center hanno consumato circa 485 terawattora di elettricità a livello globale. Per capire meglio la portata di questa cifra, basta confrontarla con i consumi italiani: nello stesso anno, l'intero Paese ha utilizzato 311,3 terawattora di elettricità. Significa che i data center di tutto il mondo hanno consumato, in dodici mesi, una quantità di energia pari a circa una volta e mezza quella utilizzata dall'Italia per alimentare case, industrie, trasporti e servizi. E la domanda è destinata a crescere: secondo le previsioni dell'IEA, entro il 2030 potrebbe raggiungere i 950 terawattora, quasi il doppio rispetto a oggi.

Quanto costa una domanda a ChatGPT?

Per comprendere meglio le dimensioni del fenomeno si può partire da un confronto più vicino alle nostre abitudini digitali: quanto consuma una domanda a ChatGPT rispetto a una ricerca su Google?

Secondo le stime riportate nello Stanford AI Index 2026, una breve richiesta a GPT-4o richiede circa 0,42 wattora di elettricità, contro gli 0,3 wattora di una ricerca tradizionale su Google. Significa che una singola interazione con il chatbot consuma, in questo caso, circa il 40% di energia in più rispetto a una ricerca sul motore di ricerca.

La differenza può sembrare contenuta, soprattutto se rapportata ai consumi quotidiani di una persona. Ma il discorso cambia quando si moltiplicano le richieste per milioni di utenti e miliardi di interazioni. Inoltre, queste stime riguardano domande brevi: elaborazioni più complesse, risposte molto lunghe e modelli di ragionamento avanzati possono richiedere molta più energia.

Il prezzo della rivoluzione tecnologica

Le preoccupazioni dei manifestanti non riguardano soltanto i consumi complessivi. La costruzione di un grande data center può avere conseguenze dirette sui territori che lo ospitano: dalla pressione sulle reti elettriche alla disponibilità di acqua, fino all'occupazione di terreni e agli effetti sulle comunità locali. I promotori della campagna chiedono quindi di fermare temporaneamente l'espansione delle strutture più grandi, per valutare se e a quali condizioni sia possibile renderla sostenibile.

Dall'altra parte, le aziende tecnologiche sottolineano i vantaggi economici e occupazionali degli investimenti, oltre alla necessità di infrastrutture adeguate per sostenere l'innovazione. 

E’ innegabile che l’intelligenza artificiale costituisca un passo fondamentale nella rivoluzione tecnologica e, come ogni nuovo grande progresso, porti con sé molti aspetti che intimoriscono e che suscitano dubbi. L’IA è un elemento che è già entrato nella quotidianità di molte persone e, anche se non spetta a noi stabilire se sia utile o meno, dobbiamo chiederci a quale prezzo vogliamo renderla sempre più presente nelle nostre vite.

La questione da porsi non è soltanto che cosa possiamo fare con l'intelligenza artificiale, ma anche di quanta intelligenza artificiale abbiamo davvero bisogno. Perché se la tecnologia è destinata a cambiare il nostro futuro, vale la pena chiedersi anche quale futuro stiamo costruendo per alimentarla.

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