Attualità
Da dove arriva il cibo delle nostre tavole?
Non solo sostenibilità ambientale: la nostra spesa impatta anche sui diritti dei lavoratori
Giorgia Diaz | 11 maggio 2026
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È di routine per tutti, almeno un paio di volte al mese, entrare in un supermercato, scorrere distrattamente tra gli scaffali e riempire il carrello con ciò che serve per le nostre tavole. Raramente, però, ci soffermiamo a pensare al percorso che questi prodotti hanno compiuto prima di arrivare fino a noi. Dietro la loro apparente semplicità si nasconde, proprio in quelle prime fasi della produzione agricola, lontane dagli occhi dei consumatori, una rete di sfruttamento radicato: il caporalato, una pratica che continua a prosperare nonostante leggi, controlli e campagne di sensibilizzazione.

Il caporalato è un sistema di intermediazione illecita in cui una figura centrale, il caporale, recluta lavoratori in condizioni di vulnerabilità (spesso migranti, persone senza alternative economiche o prive di tutele) e li gestisce come manodopera da collocare presso aziende agricole. Questi lavoratori sono sottoposti a intense condizioni di sfruttamento: salari ben al di sotto degli standard, orari eccessivi, mancato rispetto delle norme di sicurezza e totale assenza di tutele contrattuali. Secondo l’Osservatorio Placido Rizzotto della CGIL, nel solo biennio 2018-2019 almeno 180.000 lavoratori sono stati sfruttati nei campi italiani, spesso pagati 25–30 euro per giornate di 12 ore. Inoltre, diversi braccianti hanno anche perso la vita nei campi: tra loro Satnam Singh, morto nel 2024 dopo essere stato abbandonato dal datore di lavoro in fin di vita, e Dalvir Singh, deceduto nello stesso anno per un malore mentre raccoglieva ortaggi sotto temperature estreme.

A portare alla luce questa realtà è stata, tra molte, anche la storia di Yvan Sagnet, attivista camerunense arrivato in Italia per studiare ingegneria. Nel 2011, in cerca di un lavoro estivo, si ritrovò nei campi di Nardò, in Puglia, a raccogliere pomodori per pochi euro all’ora, sotto il controllo dei caporali e in condizioni disumane. Fu lui a guidare la rivolta che portò allo storico sciopero dei braccianti della Masseria Boncuri, denunciando pubblicamente un sistema che non era solo criminale, ma profondamente economico e strutturale. Quello che Sagnet vide nei campi pugliesi non era un caso isolato. Oggi il caporalato riguarda tutto il Paese: non solo il Sud, ma anche le aree agricole del Nord, dove cooperative irregolari e agenzie interinali mascherano nuove forme di sfruttamento. Indagini recenti evidenziano come circa il 55% delle inchieste per sfruttamento siano concentrate proprio nel Centro-Nord.

Dopo la rivolta del 2011, Sagnet non si è fermato. Ha continuato a battersi per i diritti dei braccianti, spingendo così il governo dell’epoca a introdurre per decreto il reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, che pose per la prima volta una base penale chiara contro il caporalato. Quel passo fu poi consolidato con la legge 199/2016, che modificò l’articolo 603-bis del Codice penale, introducendo pene più severe, confisca dei beni e responsabilità diretta dei datori di lavoro, anche quando non utilizzano caporali ma impongono condizioni di sfruttamento. Le nuove normative, come quelle introdotte nel 2024, rafforzano i controlli e prevedono sanzioni più dure, ma il fenomeno resta radicato perché alimentato dalla fragilità di chi lavora e dalla pressione economica sulle filiere agricole.

Ma ciò non vuol dire che la battaglia possa finire così. Infatti, Sagnet continua la sua lotta tutt’ora, soprattutto tramite NoCap, un’associazione fondata da lui stesso, che promuove filiere etiche e sostiene i lavoratori sfruttati, offrendo alternative concrete: alloggi dignitosi, trasporti sicuri, contratti regolari e collaborazione con aziende agricole che scelgono la trasparenza. Finora oltre 3.000 lavoratori sono stati accompagnati fuori da situazioni di sfruttamento. Oltre a ciò, NoCap funge anche da marchio per i prodotti coltivati in ambienti lavorativi leciti e regolati. Un risultato che dimostra che un’agricoltura diversa è possibile, se sostenuta da istituzioni, imprese e consumatori consapevoli. Scegliere prodotti provenienti da aziende che rispettano i diritti dei lavoratori non è solo un gesto etico, ma anche un modo per contribuire a trasformare il sistema. “Non basta la repressione —ha affermato in occasione di un recente incontro organizzato da Mandragola Editrice al liceo Anco Marzio di Roma— servono prevenzione, educazione e responsabilità collettiva”.

La storia di Sagnet ci costringe a guardare con occhi nuovi ciò che ogni giorno portiamo in tavola. Dietro il sapore dei nostri prodotti c’è il lavoro di migliaia di uomini e donne che meritano rispetto, tutele e condizioni dignitose. Capire da dove arriva il nostro cibo significa comprendere an- che quali valori vogliamo sostenere attraverso le nostre scelte quotidiane. È da qui che passa il cambiamento.

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