Attualità
Diventare vegani non è l’unico modo per salvare il pianeta
L’impatto della nostra alimentazione sul ciclo dei rifiuti
Beatrice Pagano, Viola Michiorrri, Giulia Franco, Daniela Buhna | 11 maggio 2026
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Secondo un importante rapporto delle Nazioni Unite, la produzione di cibo e l’uso dei combustibili fossili causano circa 5 miliardi di dollari di danni ambientali ogni ora. Un numero enorme che ci fa capire quanto il nostro attuale sistema di produzione e consumo sta mettendo sotto pressione il pianeta come mai prima d’ora. Qualcosa deve cambiare, ed è qui che entra in gioco l’alimentazione sostenibile, attenta all’intero percorso del cibo dalla produzione allo smaltimento dei rifiuti.

Cosa mangiano gli italiani? 

Una recente ricerca dell’Istituto di management della Scuola Superiore Sant’Anna, nell’ambito del processo Greens, ha coinvolto 2000 persone rappresentative della popolazione per capire cosa preferiscono mangiare gli italiani. Il 58% degli intervistati si dichiara onnivoro, il 25% è riduzionista (mangia tutto ma cerca di limitare la carne) mentre solo il 4% segue una dieta vegetariana, vegana o pescetariana. Il 54%, però, sceglie pasti completamente vegetariani almeno una o due volte a settimana. Nonostante il 55% degli intervistati dichiari di essere responsabile nelle proprie scelte alimentari, quando i consumatori si trovano davanti agli scaffali o al menù per scegliere cosa mangiare mettono davanti a tutto gusto, qualità e sicurezza percepita. Questo spiega perché i prodotti vegetali tradizionali come i legumi siano i più consumati (l’80% li mangia almeno settimanalmente) e perché burger di legumi, tofu o alternative vegetali di nuova generazione restino ancora marginali.

Molte persone vorrebbero mangiare in modo più sostenibile, ma non sono disposti a rinunciare al piacere, per questo se vogliamo davvero favorire una transizione alimentare non basta parlare di impatto ambientale, ma servono alternative che siano buone, familiari e facili da integrare nella vita quotidiana. Da questa idea nasce il tema delle SGPA: tutte quelle fonti proteiche diverse dalla carne tradizionale che non hanno come obiettivo primario eliminare definitivamente la carne, ma trovare un equilibrio più sostenibile.

Che impatto hanno le diverse diete sulla sostenibilità ambientale?

Alcune diete sono più sostenibili, altre meno: a dircelo sono i numeri. Se per produrre 1 chilogrammo di carne si generano anche 60 kg di Co2, per il formaggio si arriva a 21 kg, per il cioccolato 19 kg, per il pesce 5 kg, per il latte 3 kg, per il mais 1 kg e per la banana 0,7 kg di Co2. L’alimentazione vegana a primo impatto sembrerebbe dunque la più sostenibile, ma alcuni aspetti di questa dieta non lo sono poi così tanto, pensiamo ai packaging pesanti e ai prodotti ultra processati. Secondo recenti studi una dieta vegana non è l’unica soluzione per ridurre l’impatto ambientale: uno studio pubblicato su Nature, ad esempio, sottolinea che sostituendo solo il 10% dell’introito calorico quotidiano proveniente da manzo e carni processate con frutta, verdura, frutta secca, legumi e pesce selezionato si potrebbe riscontrare un sostanziale miglioramento della salute e il 33% della riduzione della carbon footprint. È importante anche notare come lo stesso studio evidenzia che non tutte le diete onnivore sono uguali: se il consumo di carne è pari o inferiore a 350/500 gr a settimana, l’impatto diventa simile a quello di una dieta vegetariana,  ovvero la metà di quello di una dieta onnivora in cui il soggetto consuma 100 o più grammi di carne al giorno.

In conclusione, non esiste una dieta perfetta, ma scelte più consapevoli, onnivore o vegetariane che siano, possono davvero aiutare il pianeta. L’alimentazione diventa sostenibile quando riduciamo gli sprechi e aumentiamo l’attenzione, e dobbiamo sempre tenere a mente che la Terra non ci chiede di essere perfetti, ma responsabili. Adottare abitudini più consapevoli nella vita di tutti i giorni può sembrare una piccola scelta, ma se questa scelta la facessimo tutti, faremmo davvero la differenza.

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